Tutti già da tempo l'aspettavano. Ed egli lasciava dire promettendolo; e di mano in mano faceva vedere con molta diplomazia qualche saggio di quello che sarebbe stato il suo lavoro, enunciandolo come il coronamento dell'edificio. E venne l'Adone. Ed è appunto in questo poema, o signore, che appare manifesta la grande deficenza di questo poeta; e la grande sproporzione che esistè fra la sua fortuna e il suo merito.

La macchina dell'Adone è tuttociò che si può pensare di più frivolo e di più meschino. Tutto si riduce alle peripezie ed alle avventure amorose della Dea del piacere col giovinetto figlio di Mirra. E poichè da questo magro idillio non si poteva cavare un poema, se non gonfiandolo ed imbottendolo in tutti i sensi, così la macchina è ingrandita ed allargata introducendo le più strane e futili immaginazioni che mai si possano escogitare dalla mente di un poeta perdigiorni.

E non crediate che per questo il Marino declinasse da nessuna pretesa degli epici suoi contemporanei e predecessori. Egli crede di aver fatto un vero poema epico in tutta la serietà della sostanza e con tutte le grazie della forma. A nulla egli rinuncia; nemmeno al concetto dell'allegoria. Voi sapete che al Tasso, fatta la Gerusalemme Liberata, i suoi critici dicevano: non c'è poema epico perfetto, se non ha la sua allegoria, che dia ragione dell'insieme e di tutte le sue parti. Dov'è la allegoria della Gerusalemme? E il povero Torquato dovette stillarsi il cervello e contentarli!

Al suo poema il Marino diede dunque un'allegoria; e la diede eminentemente morale. Ci voleva davvero tutta quanta la sua sfacciataggine! Il poema è tessuto di scene tutt'altro che eccellenti per morale austerità, come potete immaginare; ma egli sa così bene trar partito dalla disinvoltura del suo ingegno che riesce a cavar fuori delle formule morali da quel soggetto.

Per esempio, al canto VIII vi descrive le più intime scene d'amore tra i due eroi del poema. Immaginate voi di che possa trattarsi. Ebbene: anche il canto VIII ha in testa la sua brava allegoria, così spiegata dal Marino:

Il Piacere, che nel giardino del Tatto sta in compagnia della Licenza, allude alla scellerata opinione di coloro che danno al Senso una indebita signoria sulla Ragione.

Il che ci fa pensare a quel gesuitismo artistico tanto di moda a quel tempo, in virtù del quale si dipingevano, per esempio, delle Veneri licenziosette anzi che no e poi, messoci accanto un teschio di morto, si facevano passare per Maddalene pentite e penitenti. A che non s'arriva sottilizzando e distinguendo? Ricordiamoci di quel frate che trovandosi di venerdì con avanti un cappone arrosto sclamava: baptipzo te carpam! E battezzatolo per pesce se lo mangiava con la coscienza tranquilla.

Il fatto è che viene un senso di profondo dolore a pensare come la materia epica, così nobilmente materiata di spiriti cavallereschi dall'anima di Torquato Tasso, potesse cadere tanto in basso. Veramente fa pena il doverlo dire, ma bisogna pur dirlo. Ogni paese, ha il poema che si merita; e se l'Adone è il poema delle classi colte dalla società italiana del Seicento, è forza convincersi che queste classi erano troppo scadute e meritavano e doveano aspettarsi ogni peggior castigo.

Vi basti sapere, o signore, che quest'eroe, di cui nella protasi il poeta si propone di cantare le gesta “alte e superbe„ in sostanza non ha che due sentimenti che in lui prevalgono: la cupidità e la paura.

La paura di Adone è descritta dal Marino con termini che fanno stupore veramente, perchè non si intende come mai il poeta non abbia avuto l'accorgimento di dissimularla per quel naturale e pietoso amore che doveva professare al proprio eroe.