Tutti sanno quel che sia la Secchia rapita e non importa raccontarla. Solo è da notare che si può dividere in due parti. Nella prima sono descritte le zuffe tra i Bolognesi e i Modenesi a proposito d'una infelice e vil secchia di legno tolta per forza; passati in rassegna le genti ed i capitani con un lusso di cognomi regionali che dovette contribuire assai alla voga del poema; narrate le ambascierie, messo in caricatura il concilio degli Dei, l'assedio di Castelfranco, insomma beffeggiato, stravolto, parodiato, il contenuto eroico dei poemi cavallereschi. Nella seconda parte e specialmente nei canti VIII, IX, X ed XI, prevale invece l'elemento schiettamente comico che si svolge come episodio sproporzionato nei canti del cieco Scarpinello e nelle avventure del conte di Culagna che diventa protagonista. Il Tassoni disse di aver trovato una nuova forma di poema, e invero il suo è il primo dove per deliberato proposito, in un tutto organico, primeggi e domini la comicità. Egli diceva che nell'opera sua era un innesto dell'eroico col comico, e così dicendo stabiliva forse la divisione del poema in due parti, cui si è accennato. Infatti nel canto VI, per esempio, poche sono le facezie e, salvo che in alcune ottave, leggiamo un frammento di poema serio: ma tuttavia il ridicolo penetra da per tutto e l'intonazione burlesca non lascia mai in pace l'ascoltatore anche quando si crede tra i paladini.
Per questo il poema era veramente una novità e gli antecedenti che gli si possono trovare non gli levano quel che ha di originale. Non importa risalire alla Battaglia delle vecchie con le giovani del Sacchetti o disseppellire la Nanea o la Gigantea o la Contesa di Parione per questo. Già accenni alla canzonatura de' propri eroi se ne trovano nel Pulci, nel Boiardo e nell'Ariosto e non pochi; ma sono sorrisi e non risate, incidenti, episodi, non intenzioni principali e sostenute. Più vicini alla Secchia sono l'Orlandino del Folengo, dove il ridicolo è cercato nella trivialità del turpiloquio erotico e scatologico, l'Orlandino frammentario dell'Aretino dove c'è il travestimento dei paladini in gaglioffi e non altro, la Vita di Mecenate del Caporali, conosciuta certo dal Tassoni, che è piuttosto una sfilata di capitoli bernieschi che un poema organico, e forse il Poemone del Bardi, poichè il Tassoni ne conobbe l'autore (Secchia r. XII, 15), scherzo idiomatico e noioso in cui la festività è affidata alla parola, non al concetto. Ma se può dirsi che qualcuno di questi poemi sia stato presente agli occhi della memoria del Tassoni, certo l'influsso fu ben tenue e a troppe sottigliezze condurrebbe il cercarne le tracce.
L'inspirazione la trasse dal suo tempo e l'indole del suo ingegno fece il resto. In quella putrefazione di ogni cosa bella e grande, che poteva fare un uomo della sua tempra? Ridere; amaramente, velenosamente, ma ridere. Le forme invecchiate si canzonano volontieri, le mode antiquate destano l'ilarità e il poema cavalleresco era oramai decrepito. Dove trovar più gli ingenui ascoltatori delle imprese d'Orlando in un secolo malizioso, in un paese nel quale è spenta sino l'ammirazione istintiva della forza, del valore, della generosità, poichè non ha soldati se non forestieri, principi se non vigliacchi? E la produzione di poemi eroici dopo il Tasso era stata così eccessiva da diventar seccatura e render necessaria la natural reazione del ridicolo. Molti lo sentirono e meglio di tutti il Cervantes che ebbe ben altra e più geniale tempra ed altezza di cuore che non il Tassoni, quando faceva ardere la libreria del suo eroe, condotto in mezzo a cento eroicomiche avventure ad una dolorosa vendemmia di bastonate. Il Tassoni conobbe il Don Chisciotte, e il conte di Culagna nel suo duello col romanesco Titta, reca
Il brando famosissimo e perfetto
Di Don Chisotto e il fodro ha il suo padrino.
Ahimè, no, questo è inverosimile! Troppo sarebbe pesata la spada del buon Cavaliere della Trista Figura alle mani ignobili del conte. Don Chisciotte è una idea, il conte di Culagna una persona, anzi una personalità. Don Chisciotte è ridicolo, ma non vile; pazzo, ma non volgare. Affronta, è vero, i mulini a vento, ma li crede giganti e, pur credendolo, non ha paura. Si macera in buona fede, attira le risa e le legnate, ma sempre col cuore alto, con la illusione di difendere il debole e di onorare la dama. Invece il conte di Culagna è stomachevolmente vigliacco, bestialmente basso e triviale. In tutto il poema cerchereste invano una figura che sotto al ridicolo abbia il cuor nobile e fiero. La stessa Renoppia, che dovrebbe esser la Clorinda e la Bradamante del poema, non è che una figura senza plasticità, una Marfisa di stoppa. Sin da principio è deformata con una infermità ridicola e più avanti riprende il cieco Scarpinello con un linguaggio sboccato, sconveniente non che ad una gentildonna, ad una vituperata. Non c'è nemmeno una rassomiglianza lontana, o nella vita, o nelle opere, tra i due demolitori dei romanzi cavallereschi. Il Cervantes, soldato valoroso, storpiato a Lepanto, schiavo dei mori, è dignitoso nella miseria del suo mantello stracciato, mentre il Tassoni, servo di principi, impiegato di cardinali, è querulo ed amaro lamentatore della Sua povertà mal celata dal saio del cortigiano o dalla veste talare dell'ecclesiastico. Il Don Chisciotte non è solo un assalto ad un genere letterario invecchiato, ma proposizione di una letteratura nuova, più umana e più vera. La Secchia invece è negativa affatto, nuova solo nella parte formale, scherzo, bello certamente, ma scherzo soltanto.
Perchè io non riesco a scoprire i riposti intenti civili e morali che alcuni videro nella Secchia rapita, non parendomi da ciò nè i tempi nè il poeta. Ci fu chi, vedendo intenti simili un po' da per tutto, disse che se i contemporanei avessero inteso il Tassoni, il poema non avrebbe potuto veder la luce. Altri, al polo opposto, negò, non solo ogni seconda intenzione, ma ogni efficacia alla Secchia. I più, tenendosi ad una via di mezzo, riconoscono qualche effetto, ma negano l'intenzione.
Si disse per esempio che questi intenti civili sono dimostrati dalla scelta dell'argomento. Il mettere in canzone una di quelle sciocche e feroci guerre di città a città che insanguinarono il medio evo, era mostrare i mali della divisione, la necessità dell'unione fra gli stati italiani per cacciare lo straniero, era, si direbbe, precorrere al Mazzini. Esagerazione. Dov'erano più, al tempo del Tassoni, le lotte tra comune e comune, o anzi, dove erano i comuni, i Guelfi e i Ghibellini, il potestà, il carroccio e sopra tutto dov'era la libertà? A chi si rivolgeva egli, al popolo o ai principi? Al popolo no certamente, poichè il Tassoni non lo capiva che come plebe, e del resto non ci voleva gran testa per intendere che gli Italiani del seicento potevano levarsi a qualche sommossa, ma ad una rivoluzione mai. E nemmeno poteva rivolgersi ai principi, senza forze e senza volontà di scuotere il giogo spagnolo. Avrebbe quindi predicato al deserto il verbo della unità nazionale; ma il vero è che all'unità non pensava allora nessuno, nè il Tassoni, nè il popolo, nè i principi, se pure nei torbidi sogni dell'ambizione non ci pensava Carlo Emanuele, non per fare un poema, ma per fare un regno.
Per gli intenti morali che sarebbero nascosti nella Secchia basti il ricordare l'episodio di Bacco e di Venere, i canti del cieco Scarpinello e le sciagure coniugali del conte di Culagna. Chi volesse sillogizzare potrebbe sostenere che l'intento non fu morale, ma immorale; il vero è che non fu nè l'uno nè l'altro.
No, io non mi posso persuadere che il Tassoni fosse un carbonaro o un riformatore. Certo che volendo far ridere bisogna pur trovare un argomento adatto, e gli Dei di Omero e i paladini di Carlo Magno erano frolli abbastanza per essere cucinati a quel modo. Certo che frustando a destra e a manca, qualche frustata colpisce chi se la merita; ma l'intenzione del poeta non era nè politica nè etica, era solamente artistica.