Si congedasse egli dal cardinale, come crede il Muratori, o lo servisse fin che lo vide morire, come pare al Tiraboschi, certo è che quelli furono gli anni della sua attività letteraria più feconda, gli anni anzi in cui concepì, o cominciò, o scrisse le sue opere maggiori, tenendo onorato luogo nelle Accademie dei Lincei e degli Umoristi. Forse, servendo così splendido padrone, aveva raggruzzolato qualche peculio, poichè per qualche tempo non volle nuove catene e visse a suo modo studiando, scrivendo e litigando, libero, bizzarro e mordace, non risparmiando invettive e libelli ai suoi avversari che non ne risparmiavano a lui e dimenandosi in queste baruffe ora elegantemente, ora trivialmente, ma sempre con un non so che di originale, di tutto suo, che lo leva in alto anche come polemista tra la turba de' suoi coetanei competitori. Ma questi bei giorni di libertà non potevano durar molto. La necessità picchiava all'uscio e bisognava trovare un nuovo padrone e una nuova catena.
Forse il suo aborrimento verso la Spagna gli persuase di cercar servizio presso la corte di Torino, poichè il duca Carlo Emanuele era il solo principe italiano che avesse l'ardire di resistere alla prepotenza spagnola. Ma se Carlo Emanuele era allora il principe più illustre d'Italia e non alieno dalle lettere, stimava più i soldati che i letterati. Resisteva alla Spagna, è vero, e la combattè spesso, ma non dimenticava la politica tradizionale della sua casa e, dietro sè, teneva sempre una porta aperta alla ritirata, volendo esser libero di cambiare parte e bandiera secondo l'interesse suo e de' suoi richiedeva. Irrequieto, impetuoso, avvolto sempre in guerre infelici che gli rodevano il tesoro, non poteva essere Mecenate troppo splendido e, pel Tassoni specialmente, sciolse di rado e di malavoglia i cordoni della borsa. Poetava anch'egli in italiano, in francese, in spagnolo, in piemontese e cantava:
Italia, ah, non temer! Non creda il mondo
Ch'io mova a' danni tuoi l'oste guerriera,
egli che trovava la famosa formula del carciofo italiano che vuol esser mangiato foglia per foglia, e i suoi successori lo mangiarono così bene! Ma il peggio è che si dilettava sopratutto di poesie satiriche e, mietendo così appunto nel campo del Tassoni, è naturale che lo guardasse un po' di traverso. Infatti in tutta la condotta di Carlo Emanuele verso il Tassoni si sente una freddezza che spesso pare antipatia e qualche volta canzonatura. Ordinò che gli fossero pagati dugento scudi, ma da levarsi dalle entrate che la Casa di Savoia aveva nel regno di Napoli. Ora gli Spagnoli che tenevano il regno, non pagavano affatto, e nessuno meglio del Duca lo sapeva, per cui il dono dovette parere al Tassoni un pessimo scherzo. Altre provvigioni sfumarono così, finchè fu messo come gentiluomo presso il cardinale Maurizio di Savoia, giovane splendido, anzi prodigo, che dovette esser cagione di buone speranze al povero poeta. Ma ahimè, il cardinale prodigo con tutti fu avaro col Tassoni pel quale anch'egli sembra aver provato una certa avversione. Complimenti e promesse ne largì senza fine, ma quattrini pochi o punti.
Il Tassoni tirava innanzi alla meglio col suo cardinale in Roma quando fu richiamato a Torino (1620). Nuove speranze, poichè l'ufficio di segretario cui era destinato, apriva l'adito a miglior fortuna; ma all'arrivo, il duca gli si mostrò freddo, anzi avverso. Il poeta aveva lo scilinguagnolo sciolto e la lingua lunga e bene affilata, per cui si può ben credere che trattato e pagato a quel modo, ne dicesse delle sue. Il duca inclinava di nuovo alla Spagna, ed al Tassoni, che protestava del contrario, erano attribuite le ferocissime filippiche; sì che i competitori del poeta al posto di segretario, ingrossando tutte queste faccende, fecero sì che anche l'ufficio sperato gli fosse negato. Dovette tornare a Roma dal cardinale che lo accolse male e lo pagò peggio, così che il Tassoni, perduta la pazienza e la speranza, sciolse il freno alla lingua e scrisse un certo oroscopo mordacissimo del suo padrone che gli valse il congedo e un breve esilio da Roma.
I sogni ambiziosi erano così finiti e il Tassoni dovè cercarsi, non più un principe, non più una corte, ma un cardinale qualunque pur che pagasse; e l'eminentissimo Ludovisi pare che fosse buon pagatore poichè il Tassoni lo servì per sette anni, in capo ai quali, morto il cardinale, si ridusse in patria a servire il duca Francesco I, ai cui stipendi morì nel 1635. Ultimi anni in cui il Tassoni schizzò fuori tutto l'aceto e il fiele di cui si era abbeverato nella passione della vita, ultimi anni, torbidi per polemiche feroci, che per poco non finirono a coltellate. Un frate almeno ne riportò un carico di legnate solenni. E chi sa con quanta amaritudine il poeta moribondo riandò la vita sua così sciupata e si dolse di non aver colto più ricchi frutti dall'ingegno grande! Ed ecco, ultima ironia della fortuna, egli che aveva ramingato, servito, scritto tanto per fuggire la miseria, ecco, poco prima di morire, quando il denaro non serve più a nulla, eredita e diventa ricco. Tristi tempi e triste vita che devono farci intendere e scusare quel che nel Tassoni vorremmo di più generoso, di più delicato, di più buono.
Come scrittore, la prima cosa di lui che vedesse la luce fu una Parte dei Quesiti che protestò edita contro sua voglia e che corresse ed ampliò in seguito sino a farne i dieci libri dei Pensieri diversi. Ivi ragiona di tutto, di astronomia, di fisica, di politica, di morale, di letteratura, capricciosamente, e con quella ricerca della singolarità che non è impronta di cervello originale, ma artificio freddo e voluto per attirare le occhiate; quel che oggi dicono posa. L'argomento di molti pensieri è pensatamente stravagante, come là dove ragionando di cose fisiche cerca perchè il pane sembri più bianco freddo che caldo o il biscotto sia più duro caldo che freddo. Tra i pensieri di cose naturali si cerca perchè incanutiscano i vecchi, perchè non nascano peli verdi, perchè le donne non abbiano barba, perchè i gamberi camminino all'indietro, perchè fossero create le mosche. Per la morale, si chiede perchè chi si vergogna tenga gli occhi bassi, perchè le donne vadano vestite di lungo (dice press'a poco che è per nascondere le gambe storte), perchè si amino anche le donne brutte e finisce col sostenere che il mestiere di boia non è infame; e per la letteratura, basti che egli addenta caninamente Omero, al quale, in più luoghi, antepone il Tasso, e mette in burla il Villani al quale, come stilista, preferisce il Guicciardini. E tutti questi pensieri, la cui enunciazione è ora buffa, ora paradossale, sono mescolati con altri più gravi e seri, ma sono svolti tecnicamente lo stesso, cioè con un apparato d'erudizione greca e latina che pesa come un monumento. Il vero pensiero dell'autore si coglie difficilmente, avviluppato com'è da cento allegazioni e citazioni, annegato in un mare di testi odiosi e noiosi, in cui si sente troppo l'ostentazione. Anche Michele Montaigne, prima di lui, aveva proceduto con lo stesso metodo ne' suoi meravigliosi Saggi e forse il Tassoni non lo ignorò; ma quale immensa distanza tra il moralista benevolmente scettico e il pedante che affetta ghiribizzi eruditi, conditi spesso da una ignoranza e da una credulità, anche per quei tempi veramente calandrinesca! Il Tassoni infatti credeva all'astrologia, all'alchimia, agli oroscopi ed alla pietra filosofale; credeva che i corpi dei fulminati non si putrefacessero, perchè lo dice Plutarco, e che l'anno sessagesimoterzo fosse climaterico o pericoloso, perchè l'imperatore Augusto lo credeva. I Pensieri riveduti e accresciuti, vennero in luce quando gli studi copernicani erano nel primo fervore e il Galilei spiegava già i nuovi sistemi. Se la bizzarria del Tassoni fosse stata vera e non affettata, la novità lo avrebbe subito sedotto; ma invece egli, Accademico Linceo, sostiene ancora che la terra è immobile e mobile il sole, rifriggendo i vecchi testi tolemaici e biblici in un lungo e verboso ragionamento che ricorda quello di don Ferrante sulla peste nei Promessi Sposi. Il libro fu accolto da un sordo brontolìo, foriero di prossime burrasche, ma non suscitò polemiche o risposte. I filosofi inorridirono del poco rispetto usato verso Aristotele che allora era testo infallibile, gli eruditi arrabbiarono per le insolenti beffe ad Omero, i letterati ed i linguisti inferocirono per le canzonature alla lingua del trecento, ma per allora tacquero. I tempi non erano maturi e il libro, forse, non ebbe gran voga.
Ma se i Pensieri passarono in silenzio, non fu così delle Considerazioni sul Petrarca, scritte in gran parte viaggiando col cardinal Colonna. Il Tassoni, rivedendo le chiose del Castelvetro, altro bizzarro ingegno modenese, più secco ma più serio del Tassoni, chiosava alla sua volta alcune rime. Qua e là era qualche osservazione mordace, come: “questa non mi pare comparazione da invaghirsene„ oppure “questi son due quaternari da far venir l'asma a chi non ha buon petto„; ma a noi, ora, queste non paion punture da levarne strilli disperati. Altre e ben più gravi discussioni e critiche hanno assalito idoli più venerati del Petrarca, e oramai ci abbiamo fatto il callo; ma allora non era così. Bisogna pensare a quel che era il Petrarca nel concetto dei letterati di quel tempo, arca santa che non si poteva toccare, Adonai venerando di cui si poteva appena pronunciare il nome tra due genuflessioni. Il dubbio solo, come in religione, era eresia e sacrilegio, e quelle Considerazioni che a noi sembrano, ora lambiccate e cavillose, ora giuste e calzanti, parvero un sovvertimento della santità della tradizione e della ragion poetica, un nero delitto di lesa maestà. Un Giuseppe degli Aromatari, sotto il nome di Falcidio Melampodio, rispose criticando le osservazioni del Tassoni, il quale, alla sua volta, sotto il pseudonimo di Crescenzio Pepe, si difese. Replicò l'Aromatari, inspirato ed aiutato dai devoti del Petrarca scandolezzati, e il Tassoni, col nome di Girolamo Nomisenti, mise fuori un volumetto che intitolò la Tenda rossa, dove, rotto ogni freno, inveì fieramente contro le idee e le persone, assalendo e mordendo senza riguardi. La discussione letteraria si era così per via inacidita ed invelenita fino a ricordare le invettive degli umanisti e, diventando più piccina, era diventata più feroce. Non avevano certo i letterati d'allora la tempra dura del Poggio e del Filelfo, e i tempi diversi e gli occhiali dei revisori nol consentivano, ma il lievito c'era, e basta ricordare le contese del Marino col Murtola e con lo Stigliani, in cui si sparse sangue. Ad ogni modo l'Aromatari si tacque, perchè aveva la lingua meno aguzza del Tassoni e minor coltura, ma rimase un lungo strascico di rancori e di libelli infami pei quali un Bisaccioni fu carcerato e il conte Brusantini inspiratore e collaboratore di costui, se fuggì al bargello, non fuggì alla vendetta atroce del poeta che lo infamò col nome di conte di Culagna nella Secchia Rapita. Il Tassoni ebbe il disopra perchè più ardito e perchè più dotto, come si vede dallo studio sui poeti provenzali che egli fece, cosa rara allora, per trarne chiose e confronti alle rime del Petrarca; ma a poco a poco i libri incendiari andarono a dormire sotto la polvere delle biblioteche. Tuttavia l'idolo, se non era caduto infranto, aveva però perduto l'aureo nimbo della santità impeccabile. Il Petrarca tornò fin d'allora qual era, uomo e poeta. E se il Tassoni rimpicciolì troppo la contesa e non vide quel che di alto e di severo poteva derivare da una discussione ragionata e ragionevole, ebbe però il inerito di scuotere, sia pure per capriccio, per umor nero, per bizza, il fastidio di un culto cieco che addormentava nella noia la lirica italiana.
Di altre sue opere minori è inutile dire. Le Considerazioni sul vocabolario della Crusca che vanno sotto il suo nome, non sono sue, ma dell'Ottinelli, come provò bene il Muratori e come del resto si sento bene dalla mancanza di causticità e di punte in quel libro pregevole. Il Tassoni avrebbe fatto un volume di motti e di arguzie, non un posato e serio studio lessicografico e d'altronde, essendo Accademico della Crusca, non avrebbe voluto dar troppe noie ai colleghi, già nel poema abbastanza stuzzicati. Anche le filippiche, biliose e furibonde diatribe contro la Spagna e gli Spagnoli, non sono forse tutte sue, od almeno egli, o per interesse o per paura, le rifiutava, e d'altronde sono opera più politica che letteraria. Il suo capolavoro, al quale è ormai tempo di venire, è la Secchia rapita, poema pel quale il suo nome fu e rimase glorioso, meritamente.