Solo il Piemonte era immune da tanta lue. Chiuso tra la Francia e il dominio spagnolo, era costretto a viver sempre con l'orecchio teso e l'armi pronte. La razza forte, l'ambizione tenace dei principi, la potenza pericolosa dei vicini, lo costringevano alla vigilanza assidua, della sentinella che sa di aver presso il nemico e, in simile attesa, nè un soldato nè un popolo possono addormentarsi. Emanuel Filiberto, indi Carlo Emanuele, non pensarono che a negoziati ed armi, e guatando oltre i confini, meditarono e prepararono accrescimenti di spazio e di potenza, non paurosi della formidabile arroganza spagnuola, non disavveduti tra le insidie degli ausili francesi. Il pericolo educava alla fortezza e nel laido sfacelo della Italia di quel tempo, unica regione non putrida fu quel Piemonte al quale si dovette poi in gran parte il miracolo della risurrezione di un cadavere, l'unità d'Italia.

Nè la morale aveva di che invidiare alla politica. Se i re assassinavano i sudditi, c'erano assassini anche pei re, e il Clément uccise Enrico III e il Ravaillac, Enrico IV. Il pugnale non faceva orrore nemmeno a Roma e frate Paolo Sarpi lo seppe. Era il tempo dei bravi assoldati per servire l'iniquità dei signori, era il tempo dei duelli mortali per quistioni di preminenza e di etichetta; era il tempo dei banditi, della immoralità bestiale trionfante dovunque fosse potente e prepotente. Immoralità in alto e in basso, poichè il popolo si lorda di delitti atroci e di vizi turpissimi non soffocati dal capestro e dal rogo, e la nobiltà ci offre la tragedia dei Cenci, e Bianca Cappello è granduchessa di Toscana. Venezia è piena delle orgie e della crapula in che abbrutiscono i discepoli dell'Aretino; i conventi, come quello di suor Virginia de Leva, sono scuole di lussuria e di veneficio; le Corti d'Urbino e di Mantova, già onore della gentilezza italiana, non hanno più gentildonne ma cortigiane, e in tutta Italia trionfa la brutalità più lurida, la perversione degli istinti più sfacciata.

L'arte stessa è tutta una rovina. Michelangelo e Tiziano si sopravvivono e in questi anni si spegne la loro geniale decrepitezza; ma da loro e per loro nascono la corruzione, l'esagerazione, la falsità. L'energia diventa contorsione, l'audacia stravaganza, e impera oramai il barocco tumido e vuoto, che non ha più espressioni ma smorfie. Le lettere, malate del gongorismo imbecille che infierisce su tutta l'Europa, impazziscono nella ricerca di stranezze inaudite, nella caccia puerile ai concetti sbalorditivi, alle freddure scempiate, e il Marino è l'astro maggiore di questo povero cielo, dove l'Achillini, il Preti e mille altri, anfanando dietro alle vesciche sonore, alle ampollosità bislacche, sperano di meritare un posto alla lor volta. L'artificio e la falsità si accoppiano, e dalle nozze nefaste nascono i mostri che ora ci muovono al riso o alla noia mentre allora destavano l'ammirazione sincera di un pubblico di matti. Solo la musica, vellicatrice degli orecchi avidi di nuove lussurie, rallegratrice delle feste o rinnovata compagna delle pompe ecclesiastiche, la musica che non fa paura nè ai governi nè alla Inquisizione, esce di nido in quei giorni e comincia a spiegare il dilettoso volo. Ma tutto il resto non è che un mucchio di oscene macerie, un enorme sterquilinio in cui male si cercherebbe una piccola perla. Religione, politica, costumi, arte, tutto è lezzo di corruzione, fracidume di cimitero.

Tali furono i dolorosi tempi in cui visse Alessandro Tassoni, il quale ebbe anche nemica la fortuna in questo, che nato (1565) da una famiglia di buona nobiltà e già ben fornita di censo, al suo avvento nel mondo la trovò spiantata. Così, orfano di buon'ora, le sue prime impressioni della vita non dovettero esser piacevoli certo ed i suoi più antichi ricordi d'infanzia dovevano condurgli in mente un lungo e malauguroso andirivieni di avvocati, di procuratori e di notai che, rodendo le ultime briciole della fortuna sua, infestavano la casa con allegazioni, libelli e liti senza fine. Triste infanzia non consolata da carezze materne, non protetta da vigile affetto di padre, che dovette lasciar nell'anima del Tassoni quel sapore amaro che gli sale tante volte alle labbra mal curvate al sorriso. La povertà fin d'allora gli fu compagna assidua ed anche quando riuscì per poco a tenerla lontana, ebbe sempre meno pecunia che desideri ed aspirazioni. Finalmente spuntò il raggio della fortuna anche per lui e raccolse una eredità che lo mise nell'agiatezza; finalmente! Ma egli aveva tanto usato dello scherno e dell'ironia che i fati gli reser la pariglia. L'eredità aspettata e benedetta gli capitò solo pochi giorni prima della morte.

Tanto però gli restava, da giovane, che potè studiare, prima in patria, poi girovago in varie Università italiane. Fu a Bologna, a Ferrara, a Pisa e forse altrove, finchè, addottorato, ritornò a Modena. Pare che a Bologna gli si appiccasse il malo morbo di compor versi, o almeno i primi che ci restano di lui vengono appunto di là e sono gonfi, idropici di bisticci e di arguzie come li voleva la moda, poichè corteggiando in un sonetto certe signore Orsi, madre e figlia, le paragona all'Orsa maggiore e minore, e altrove, poichè piovve durante il funerale di una bella signora, esclama:

Velò di nubi il sol, versando al basso

Lagrime amare in doloroso nembo

E sospiri esalò con tutti i venti.

Queste scioccherie delle nubi che piangono ed altrettali parevano allora squisitezze, ma il Tassoni che aveva il gusto fine e molti studi, presto se ne ritrasse, nè lo si vide più cadere in simili sguaiataggini. Era però caduto quasi in miseria e gli era pur forza trovare qualche occupazione che gli desse profitto. In tali casi, pei gentiluomini pari suoi, spiantati e letterati, la via era indicata dalla tradizione: il servigio dei principi. Già gli umanisti avevano rimesso in moda Mecenate ed Augusto e servirono in corte senza sentirsene umiliati. Gli esempi di Orazio e di Virgilio scusavano tutto, fino la domesticità, e la divinità delle lettere non lasciava sentire nemmeno le offese alla dignità personale. L'esempio del commendatore Annibal Caro era recente e in quelle pompose corti del seicento erano numerosi i gentiluomini poveri e talora gli avventurieri, diventati ricchi e potenti. Perciò il Tassoni si acconciò al servizio del cardinale Ascanio Colonna, figlio di quel Marcantonio che aveva onorato il nome italiano a Lepanto; principe ricco e splendido, è vero, ma bizzarro perchè malsano, imperioso perchè conscio della grandezza della sua casa, insofferibilmente superbo perchè educato in Spagna, spagnolo nell'animo e, nell'alterigia, imitatore ed emulo di quella nobiltà.

Il Tassoni lo servì in qualità di segretario, con diligenza se non con affetto. Lo seguì in Spagna e di là tornò parecchie volte in Italia per affari del suo padrone che era stato creato vicerè d'Aragona. Ma se non si guastò col cardinale, si guastò colla Spagna; e da quell'epoca comincia l'avversione, anzi l'odio feroce del Tassoni contro la nazione che preponderava allora in Italia. Egli che poco tempo prima in un sonetto un po' pretenzioso aveva pur pianto la morte di Filippo II, scaraventò due sonetti, l'uno più lurido e sucido dell'altro, contro Madrid e Valladolid, infamandone l'aspetto, i costumi e le donne. Semplice antipatia non dovette essere, e facilmente il bizzarro poeta che era pronto al risentimento, tra quella nobiltà superba e dominatrice dovette ricever qualche urto le cui lividure gli rimasero per sempre.