La poesia apparve rinvigorita dalla cultura dell'umanesimo, quando dietro ad esso vi era il nerbo di una vita forte nazionale consapevole di sè e degna di un grande avvenire. La poesia mancò completamente a sè stessa quando non rimasero avanti a lei che dei modelli freddi, non più animati dai forti spiriti di una vita attuale.
Noi avevamo profusi i tesori della nostra vita arricchendone le altre nazioni; avevamo comunicate ad esse tutte le forze del nostro risorgimento; e quella che seguì al di là delle Alpi fu una resurrezione in molta parte aiutata dall'opera degl'Italiani. Ma le altri nazioni, accanto e sotto alle spoglie del vecchio umanismo, sentivano vigoreggiare una giovane vita, e seppero innestare gagliardamente il nuovo sull'antico.
La Spagna, l'Inghilterra, la Francia, ebbero la loro vita nuova. Noi, pur troppo, l'avevamo avuta. Nessuna meraviglia quindi che delle fiorenti letterature sorgessero in quei paesi; e la nostra declinasse e quasi si spegnesse. Ma quelle nazioni non dovevano troppo inorgoglirsi e non dovevano dimenticare l'Italia. Noi avevamo dato, per così dire, l'olio della nostra lampada per illuminare le lampade altrui, rimanendo quasi al buio. Ma per vie provvidenziali a poco a poco la coscienza nazionale si rifece anche in noi; si rifece dapprima in forma effimera ed appena osservabile, poi, a poco a poco, si venne determinando e rafforzando. La vita tornò ad avere uno scopo civile per l'Italia, e la sua coscienza si rinnovò.
Ed allora vedemmo insieme alla coscienza della nazione risorgere la poesia vera. Il marinismo rimase un fenomeno patologico degno d'essere studiato dagli storici. La poesia italica riprese le sue grandi tradizioni con Vittorio Alfieri, con Giuseppe Parini, con Vincenzo Monti. E dico appositamente, anche con Vincenzo Monti, poichè, per opera sua e del suo gruppo, riannodandosi agli spiriti dell'antico umanesimo, mostrò come l'anima moderna di tutti i gloriosi ricordi dell'antico anzichè indebolirsi si fortifichi e trovi in essi un aiuto alle nuove energie che le abbisognano per dare origine ad un'arte veramente nuova e vitale.
ALESSANDRO TASSONI (1565-1635)
CONFERENZA
DI
Olindo Guerrini.
Signore e Signori,
Ricordo che, alcuni anni sono, tenni questa Società di letture a battesimo, facendo un poco di prefazione alle dotte ed applaudite conferenze che vennero di poi. Mi rivolsi specialmente alle Signore, scongiurandole a prendere sotto la protezione loro la associazione che nasceva, perchè le donne sono il sale che conserva le instituzioni e perchè il loro buono e santo istinto materno protegge ed alimenta i nati da poco. E mi compiaccio con amore di padrino di rivedere così prospera la figlioccia e mi congratulo con lo squisito gusto fiorentino e con la costante ed affettuosa gentilezza delle dame le quali crebbero e mantennero amorosamente questa società che oramai ha una storia gloriosa, mentre tante altre sorelle sue italiane dormono o cloroformizzate o morte. E di questo titolo di padrino mi glorio e mi valgo per raccomandarmi ancora alla vostra cortese ed ambita benevolenza, poichè io e l'argomento che tratto ne abbiamo troppo bisogno.
Alessandro Tassoni, di cui debbo intrattenervi, nacque e visse in tempi di così basso decadimento che peggiori non potranno farci vergogna mai più. L'Italia non fu mai più serva, più abietta, più fracida. La religione degli avi, la religione santa e pura, per la quale da San Francesco al Savonarola tante anime avevano spasimato sino al delirio, era morta allora allora, affogata nel Concilio di Trento, e la Compagnia di Gesù cresceva già lieta di trionfi terreni, e Filippo II, laudando le pie ed atroci carneficine del duca d'Alba, accendeva i roghi benedetti da Pio V, non Pontefice ma Inquisitore, e Carlo IX assassinava con la sua mano i sudditi acattolici la notte di San Bartolomeo. Dalle anime sgomente esulava la fede cedendo il posto alle piccole divozioni, alle sottigliezze della casuistica, alle reliquie diventate talismani, al meccanismo rituale e cerimoniale delle pratiche esterne. Si dimenticava il Vangelo e si diceva il Rosario, e Giordano Bruno e Lucilio Vanini erano arsi pel delitto di pensare, e Galileo Galilei era costretto ad abiurare e a rinnegare la scoperta verità.
Nè a tanti mali, se pure l'avessero voluto, potevano metter riparo i Pontefici, avviluppati come erano in troppe cure terrene, interessi di nipoti, contese con principi, difficoltà di governo in uno Stato impoverito dai balzelli, guasto dai banditi che nemmeno le innumerabili forche di Sisto V poterono sterminare. E tutta l'Italia era così, se non peggio. Napoli e Lombardia, dominio spagnolo, eran spremuti da Governatori o da Vicerè avidi, imbroglioni, prepotenti, il cui potere dipendeva dall'instabile capriccio di una corte, dove l'autorità non era che insolenza violenta. Le piccole dinastie agonizzavano nei vizi, come i Gonzaga e i Della Rovere, impiccolivano nei raggiri come i Medici, diventavan bastarde, come gli Estensi. Decadeva Venezia che vide la pelle del suo eroico Bragadino appesa all'albero di una galera turca, portata a ludibrio sui mari, mostrata a vergogna lungo le coste che furon già di San Marco. Gli Uscocchi corrono il Golfo impuniti, Dragutte infesta il Mediterraneo e i Turchi scendono in Italia a saccheggiare le città ed a bruciarle, facendone schiavi gli abitatori. Era troppo e la virtù latina fu costretta all'ultimo sforzo di Lepanto, dove tanto sangue e tanto valore furono gloriosamente ma inutilmente prodigati. Le galere trionfatrici non erano ancora tornate al porto e già le vele degli infedeli erano in vista del lido italiano. Pochi anni dopo, Manfredonia e parecchie altre città erano arse dai Turchi e le belle latine rapite veleggiavano per l'harem del Gran Signore.