Profondo sempre e sempre candido, il Domenichino dà alle sue Sibille l'aspetto di vergini rapite nella visione del futuro, fa inchinare i Santi con divozione ed umanità, soffrire i Martiri con rassegnazione divina, gioire le sue ninfe innocenti come in un paradiso terrestre. Le invidie, le persecuzioni abbatterono quel grande, che, nel seicento, anche sotto gl'involucri pesanti della forma, anche sotto lo strato del colore senza guizzi di luce, fece trasparire la sua anima buona. Sant'Agata a Bologna, nella Pinacoteca, Sant'Agata che stende le bianche manine nell'aria, e inoltra lo sguardo tremulo nell'azzurro dei cieli e nella gloria, che apre le piccole labbra scolorite da cui l'anima si fugge per ondeggiare incorporea negli spazi celesti, è simbolo dell'arte di Domenichino casta e gentile, anche sotto il pondo delle spoglie, sotto lo stucco del seicento. Se l'arte dei Carracci non avesse spirato vita che al Domenichino, grande e infelice, coscienzioso in un tempo in cui la coscienziosità sembrava povertà di spirito, timido fra i contemporanei audaci, l'arte dei Carracci sarebbe degna anche per questo di onore.

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Nè l'anima del Domenichino, nè il pensiero di Guido, nè il sorriso dell'Albani rispecchiansi soli nelle forme diffuse dai Carracci; ma sì tutta l'opera d'una legione d'artisti, che per l'Italia sventolano le insegne dei maestri di Bologna: di Giovanni Lanfranco di Parma, co' suoi colossi rapidamente elevantisi su le cupole e gli archi e le ampie moli, del Tiarini di una sincerità popolana, di Sisto Badalocchio, di Antonio Maria Panico, di Antonio Carracci, di Innocenzo Tacconi, di Lucio Massari, di Lorenzo Garbieri, del Cavedoni, del Guercino, ecc.

Gli ultimi due, Cavedoni e Guercino, errano per differenti vie: il Cavedoni cerca il fuoco e lo splendore dei quadri veneziani, il Guercino avvolge le sue composizioni nelle tenebre, e qua e là le rischiara da bianche livide luci. Sembrano giunti col Guercino i giorni funebri del colore; ma l'arte continuò a far tesoro dell'eredità dei Carracci, a sentire il loro impulso di ricercare, di ritornare all'antico. Dalle Accademie, ove ancora germinavano i semi carracceschi, l'arte si mosse verso l'antichità classica, nel secolo scorso; verso il Medioevo e il Rinascimento, nel secolo che ora volge al suo termine. Ma nè i Cincinnati, nè i Coriolani ingessati dell'arte del Regno Italico; nè i cavalieri dal collo torto, nè le dame dagli occhi di triglia morta del ciclo romantico; nè le lunghe fanciulle col collo tirato, nè i Santi con le teste su scudi d'oro agganciate a' panni de' preraffaellisti, espressero la vita nuova.

L'arte del passato non può renderla con gli echi delle sue epopee, e a noi basta di venerarla nei musei; l'arte del presente senza unità, incerta del suo fine, ora si aggrappa al passato come alla tavola di salvamento, ora ne rifugge per navigare senza bussola nel regno dei sogni; l'arte dell'avvenire ci dirà senza convenzioni, senza miscugli l'ideale delle anime? Torneremo a' giorni lieti, in cui la vita prorompa nelle immagini dell'arte giovani, fresche, sane? Allora sarà giusto ricordare, come ricordiamo oggi, nell'ansia dell'attesa, chi tentò nella società guasta e degenere del seicento ricondurre l'arte alla bellezza, chi con i piedi nel fango fissò gli occhi nel cielo.

BAROCCHISMO

CONFERENZA
DI
Enrico Nencioni.

I.

Signore e signori,

Il barocco è la caratteristica del secolo XVII, più particolarmente in Spagna e in Italia; e non solo nella Letteratura e nell'Arte, ma nella Vita; nei costumi, nelle mode, nel cerimoniale, negli spettacoli, nella religione, nell'amore, nella guerra, perfin nei delitti.... Due cose essenziali bisogna però ricordare quando si parla del barocchismo letterario ed artistico; cioè, che nei suoi principii, nel Bernini, per esempio, esso fu una reazione del genio individuale contro il sistematico classicismo accademico e dottrinario degli ultimi anni del Rinascimento. “Meglio ippogrifi che pecore!„ parvero dirsi quei primi arditi nuovatori. Bisogna poi ben distinguere fra barocchi e barocchi: fra quelli fioriti nella prima metà del secolo XVII, e quelli della seconda: non confondere gli audaci coi deliranti, il Bernini col Borromino, il padre Bartoli col padre Orchi. Certo, un po' di barocchismo è in tutti quanti i Secentisti: unica e gloriosa eccezione, il gran Galileo. Ma gli stessi discepoli di Galileo non ne sono affatto immuni. Il Torricelli, per esempio, scrive che “la forza della percussione porta sulla scena delle maraviglie la corona del principato„. Ma il vero delirio, nella lirica, nel teatro, nell'architettura, comincia nella seconda metà del Seicento. Tipi supremi, la facciata del San Moisè del Tremignone, a Venezia; e le prediche del padre Orchi.