Entrate nella galleria di un principe Romano. Fra i tanti ritratti di famiglia, tra le belle e nobili, fiere e minacciose, franche ed ardite figure dipinte dal Tiziano e dal Veronese, guardate là in fondo quei quadri buî, dove la sola cosa visibile a primo aspetto sono due grandi facciole di un bianco sudicio. Osservate meglio, e vedrete che quelle tenebre sono una toga, e una parrucca enorme, sotto cui apparisce il viso cachettico di un magistrato, che appoggia il gomito a una catasta di libroni, e nella destra tiene un foglio che non legge, benchè lo guardi con due occhi, spenti di pesce morto.... Ecco il Secento.

E avete notato quei libroni? Li potete rivedere se volete, alla Casanatense o alla Magliabechiana, fra i libri di Legge e di Teologia di quel secolo. Son volumi che per levarli dallo scaffale ci vuole un facchino, e fanno scricchiolare la sedia o la tavola su cui si depongono. Scritti per lo più in un barocco latino, irti di testi, corazzati di argomenti, velenosi di invettive, sono di mille pagine l'uno....

Vi siete mai trovati per caso, in certi quartieri di Roma, di Napoli, o di Milano, dove la strada è come incassata fra una doppia linea di enormi edifizi grigi, con poche finestre mezze murate, e da cui sembra colarvi addosso una nebbia di tedio? Sono i muraglioni dei conventi del Secento, dove annualmente si seppellivano migliaia di ardenti giovinette, a benefizio del giovin signore, l'orgoglioso e spesso stupido erede dei titoli e della fortuna. Quei cupi casoni hanno tutti l'aspetto di spedale o di carcere. Non un segno d'arte, non un fiore del Rinascimento, ne interrompe e consola la spietata monotonia; e vi sentite mancare il respiro, attraversando quei deserti e desolati quartieri.

E finalmente, se volete avere un'idea complessiva di quell'epoca odiosamente barocca, guardate di quali immagini, di quali simboli, di quali forme, circondavano il luogo dell'ultimo riposo; di quale immenso catafalco di pesanti vanità e di dorate menzogne volevan coperti i loro nobili scheletri! Non vi è grande chiesa di Roma, di Napoli, di Venezia, di Milano e di Firenze, che non sia profanata (è la vera parola) da uno di questi monumenti pomposi della vanità impotente, e della ridicola adulazione. Sono ammassi di marmo e di stucco dorato, cariatidi di Mori orribili in marmo nero, draghi impossibili che sorreggono un barocco sarcofago, e sopra, in alto, l'eroe guerriero o magistrato o erudito, in armi o in toga, ma sempre in parrucca, stendente il braccio con un gesto di attore applaudito, sotto un gran tendone di marmo giallo o sanguigno. Ai suoi lati, figure allegoriche vestite alla Romana, la Virtù, il Valore, la Vittoria, la Giustizia con le solite bilancie da droghiere, la Fama con la solita tromba di saltimbanco, gesticolano e si contorcono come prese da un attacco di epilessia. La iscrizione in pomposo latino, incisa a lettere cubitali, è anche più barocca del monumento.

E quali i quadri, quali le statue, di quella grottesca fin de siècle! Una decrepita galanteria, che vorrebbe sorridere, e fa dei versacci; delle occhiate ridicole, dei gesti da manicomio. Artisti senza ideale, grossolanamente carnali, e che non sanno più rappresentare la carne: le loro opere sono la loro condanna. Grazie al cielo, l'arte almeno è inaccessibile alla menzogna. Figlia del cuore e della ispirazione, l'arte non si lascia violentare e violare dal falso; e quando questo trionfa, essa muore.

VII.

Non vi è parola bastante ad esprimere fino a che punto fu in quelli anni barocco e ridicolo il cerimoniale di Corte. Pare accertato che Filippo IV morisse di una resipola perchè un braciere troppo ardente e troppo vicino gli infiammò il viso, e il grande di Spagna incaricato della custodia del monarca in quel giorno, non fu lì pronto ad allontanare il caldano, nè alcuno osò farlo in sua vece. Madama d'Aulnoy, testimone oculare, racconta nella famosa sua Relazione che “quando suonan le dieci, se la Regina è sempre a cena, le sue dame cominciano a spettinarla; altre sotto la tavola, le levan le scarpe; poi l'alzano, la spogliano e la mettono a letto come una bambola, mantenendo un religioso silenzio.„ Il levarsi e vestirsi, o meglio farsi levare e vestire, del re, durava due ore. Un vero dramma, diviso in quattro atti. Venti personaggi, principi del sangue e grandi di Spagna, agiscono nella grande scena della camisa, e nel lavargli le mani. Vi sono quattro entrate di spettatori titolati, durante la reale toeletta, e tutto ciò si compie in un sepolcrale silenzio....

Eppure, tra questo stupido formalismo e tra questo putridume — come tra il fermento del concime e tra l'erba grassa dei cimiteri, si vedono talvolta spuntare dei fiori strani, dalle foglie lustre e metalliche — brillavano i grandi occhi neri e le svelte figure delle più pericolose donne del mondo. Le loro toelette, le loro abitudini, hanno del barocchismo orientale. Eccole descritte da madama D'Aulnoy: “Elles sont plutôt maigres et fort brunes, et c'est une beauté parmi elles de n'avoir point de gorge. Elles disparaissent sous une profusion de jupes qui traînent par devant et sur les côtés, en etoffes fort riches et chamarrées de galons et de dentelles d'or et d'argent, jusqu'à la ceinture. Tout cela bouffe et tombe à terre autour d'elles, quand elles sont assises, les jambes croisées, sur des carreaux. Les petites mains fluettes sortent des grandes manches en étoffe d'or et d'argent mêlé de rouge et de vert. La ceinture est bosselée de réliquaires et de médailles. Sur leurs manches et leurs épaules sont des agnus dei et des petites images.... An dessus de cet échafaudage compliqué et éblouissant, se dresse la tête, maigre et ardente, constellée de mouches de diamants et de papillons de pierrerie. Les cheveux noirs et superbes sont si brillants qu'on pourrait s'y mirer. Le visage, lavé avec un mélange de blanc d'oeuf et de sucre candi, est si luisant qu' il semble vernissé. Les sourcils, peints, se rejoignent au milieu du front. Les joues, le menton, le dessous du nez, le dessus des sourcils, le bout des oreilles, la paume des mains, les doigts, les épaules, sont avivés de rouge. Une fumée de pastilles brûlées, et la pénétrante odeur de la fleur d'oranger, s'exhalent des robes et de la personne.„ Lo strano e tremendo fascino di Faustina e di Teodora doveva somigliar quello di queste spagnuole.

In Francia, negli ultimi anni del Secento, prevaleva e si ammirava un tipo femminile affatto opposto. Quelle grandi dame a cui predicava Bossuet, sono un olimpo di classiche divinità: dee giunonesche dalla fronte bassa e stretta che contrasta col turgidissimo seno: naso leonino, labbra carnose: lo sguardo duro e incisivo indica, più che il desiderio voluttuosamente passionato, l'acre ardor sensuale; ed hanno tutte una inesorabile salute di ferro.

In pochi anni, che differenza di tipi e di mode! Guardavo pochi giorni fa certi Studi di donna del Watteau. Gracili, svelte, hanno tutte dei grandi occhi ardenti che sembrano illuminare i loro volti espressivi: il naso è affilato, e sulla bocca sottile erra quel sorriso magnetico che Leonardo fermò immortalmente sulle labbra della Gioconda: sorriso ineffabile, che accusa tanti dolori, e avviva tante speranze! Qui veli e trine aeree, invece delle pesanti stoffe e dei plumbei velluti: qualche fiore fresco tra i capelli, o sul seno — un négligé più adorabile di ogni raffinata toeletta, e la grazia e la voluttà che respirano in tutta l'attitudine della persona.