Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana, un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la Corte di Francia.
La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il profondo inchino di rito, disse: “Sire, vous ne voyez à present que l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après.„ Tale arguta prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i dieci anni di sua dimora a Parigi.
La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre ai Francesi ed a me stesso.„
Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore della sua vita.
Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come erudito, e come economista, e come letterato.
Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano, Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo, da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli Studii.
Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo, che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro. Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su lui l'attenzione del pubblico napoletano.
Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata; ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti, commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando, il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò, pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto.
Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie, che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che portava il titolo di “Componimenti varj — per la morte di Domenico Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano„ e che era preceduto da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto Boia.
La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un secolo e mezzo, appare assai graziosa.