Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto ammirato e lodato volume era proprio il nipote.
Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma, Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta.
Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi, accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e fuori del regno di Napoli.
Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141 differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo: “Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant.„ Il Pontefice ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e, per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre.
Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo tali trionfi di scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni al precoce suo ingegno, comprendesi di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio in un paese nuovo, dove la sua fama non era ancor giunta e dove sembravagli sempre di scorgere un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti coloro che, per la prima volta, contemplavano la sua persona ridicolmente piccina ed alquanto deforme; ma, appena il suo spirito brillante, la colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, profonde e paradossali gli ebbero procurato nei salotti parigini tutta una fitta schiera di ammiratori e di ammiratrici, egli comprese che la sua vera patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, al contatto con quelle di Grimm, di Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot, del barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e degli altri Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva sempre più, senza nulla perdere della propria originalità, e, d'altra parte, il suo spirito, in mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante gentili ed argute dame, spogliavasi delle primitive scorie grossolane e diventava sempre più acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo della sua spontaneità e della sua arditezza.
Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati suoi contemporanei, tutta una scena si ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere entrare il lillipuziano abate napoletano, ce charmant abbé, siccome carezzosamente solevano chiamarlo le numerose sue amiche francesi, nell'immensa sala bianco ed oro, illuminata da non meno di 72 candele, in cui il duca e la duchessa de Choiseul ricevevano, in cinque sui sette giorni della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci pare di vederlo avanzare a piccoli passi, col nero tricorno sotto il braccio, fra i tavolini di giuoco, dispensando a destra ed a sinistra sorrisi ed inchini, salutare la padrona di casa, che lo accoglie sorridendo, e poi, circondato da una briosa schiera di dame e di damigelle, addossarsi ad uno dei maestosi camini marmorei, che dispensavano il calore alla sala, accettar subito il soggetto che gli viene proposto e ricamarvi attorno una di quelle maravigliose improvvisazioni, che tenevano tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, con l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo e dell'intera personcina, entusiasmava il suo pubblico, e, dopo averlo fatto ridere sino alle lagrime con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente meditare, perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa e dietro l'aneddoto comico, ascondevasi un pensiero profondo ed ardito.
Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna al Grand-Val del barone d'Holbach od in quello, in cui la società era anche più intima e cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette della signora d'Épinay che ci pare di rivedere il Galiani: il sole tramonta e le ombre della sera già invadono la camera; gl'invitati, poichè la melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, si raccolgono intorno all'abate, che, seduto sur una poltrona, con le gambe incrocicchiate alla turca, secondo la sua abitudine, e con la parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi molto pregare, mille follie, accende uno di quei fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di novellucce gioconde, a cui nessuna tristezza resiste.
“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in una sua lettera — “e col gentile abate entrarono la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare i fastidii della vita.„ E subito dopo aggiunge: “L'abate è inesauribile in fatto di motti di spirito, di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani presso gli ebanisti, tutti ne vorrebbero possedere uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice: “L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso piccolo Arlecchino che abbia prodotto l'Italia, ma sulle spalle di quest'Arlecchino vi era la testa di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era, pur possedendo un'anima melanconica, abituato a contemplar tutto dal lato ridicolo. Non v'era nulla, nè in politica, nè in morale, a proposito di cui non avesse qualche piacevole racconto da narrare, e questi racconti avevano sempre il senso giusto dell'opportunità ed il sale d'un'allusione imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del Vesuvio, è un vero fenomeno. Egli unisce ad un colpo d'occhio lucido e profondo una vasta e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un uomo di genio la piacevolezza ed il brio d'un uomo che altro non cerca che divertire e piacere. Egli è Platone con la vivacità ed i gesti d'Arlecchino.„
Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente appare da queste e da varie altre simili autorevoli testimonianze, il ricercato beniamino della società parigina: i suoi aneddoti, le sue risposte maliziose, le sue riflessioni originali, i suoi sarcastici motti di spirito, appena pronunciati, facevano il giro della città, passando di bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, giungevano ai più importanti centri intellettuali d'Europa.
Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi sono giunti fino a noi.