Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva portato con sè e che amava moltissimo, essendosi sospesa alla catena di ferro che reggeva la lampada destinata ad illuminare lo scalone del palazzo dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed in siffatto modo che tutto l'olio ne cadde sull'abito di gala del conte di Cantillana, mentre costui preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a cui era stato invitato. L'ambasciatore furibondo ordinò che la bestia venisse subito uccisa. “Guardatevene bene, Eccellenza, — esclamò freddo freddo l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga nel suo corpo ed essa cerca risolvere il problema dell'oscillazione del pendolo.„

Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, indispettito da un frizzo del Galiani gli disse, facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno schiaffo, anzi potete far conto di averlo già ricevuto.„ Ed il Galiani di rimando: “Se io vi fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette di cingere spada, caverei fuori quella di chi mi siede a lato e vi trapasserei da parte a parte; anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e consideratevi come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale rimase assai male.

Un'altra volta, egli si era recato da un ministro di Stato, famoso per la sua pigrizia e da cui si aspettava già da tempo non so quale atto che non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, accortosi che l'abate portava sotto il braccio un cappello abbastanza vecchio, pensò di punzecchiarlo dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare il vostro cappello.„ Ed egli di botto: “Aspetto il disegno di Sua Eccellenza.„

Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, il nostro abate giudicava troppo fragorosa quella francese, sicchè, avendo qualcuno osservato dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella quale era stato trasportato il teatro di musica, in seguito all'incendio del Palazzo Reale, era sorda, egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„

Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No, egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati dall'abate Arnaud sulla sua Gazette littéraire d'Europe, ed aver scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese Tanucci.

Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall'Archivio Storico per le provincie Napoletane, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati.

Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò.

L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso patto di famiglia tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei due partiti svedesi soprannominati dei Cappelli e dei Berretti, dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo i Cappelli alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore dei Berretti; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non prevedere dove andrebbe a finire.„

Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale, non soltanto non approvava il patto di famiglia, ma, pur non negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci, convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real nome perchè così eseguisca.„

Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e col titolo di “Dialogues sur le commerce des bleds.„ Questo lavoro del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva, in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni, di una delle più importanti questioni del momento.