In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari, Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che, in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi all'avversario per incalzarlo e debellarlo.

Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo dizionario enciclopedico, alla parola blé, ne dava il seguente lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai meglio.„

Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: “Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„ Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che, soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande, ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri.

Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che egli con immagine felice, aveva definita le café de l'Europe.

A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato, che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo, mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„

Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo desiderio, non doveva mai più ritornare.

Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria, si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay: “Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente. Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere. Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora: “Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il vostro piccolo abate, votre petite chose. Io sono seduto sur una soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„

Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri, nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie, seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti, egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male: “I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„

Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici, che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro tipo di grafomane e di bohèmien, che viveva in Napoli ai suoi tempi e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è, senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del Vesuvio e che porta per titolo: “Spaventosissima descrizione — dello spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta.„ A dare un'idea di questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza, e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„

Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato rappresentato il famoso “Socrate immaginario„, ad ascoltare il quale, a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle commedie di Goldoni.