La penna dapprima corre sulla carta rapida e nervosa, poi si arresta, perchè l'abate deve consultare una lettera della d'Épinay o gettare uno sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella sua cornice dorata, gli ricorda la graziosa ed elegante sembianza dell'amica lontana. La penna ricomincia a correre, ma d'un tratto una sonora risata risveglia gli echi della stanza e fa balzare in piedi la gatta i cui rotondi occhi fosforescenti rilucono attoniti nella penombra: è l'abate che, con la penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore di una sua facezia scritta or ora e che poi la rilegge compiaciuto ad alta voce, accompagnandola con le più grottesche boccaccie e con la più vivace mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui si affollassero gli amici dei quali, di lì a venti o trenta giorni, la sua lettera susciterà certo la più schietta ilarità. Il fatto è che, mentre scrive, al buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a Parigi nel salotto della signora d'Épinay od in quello del barone d'Holbach e di discorrervi coi suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere un incomparabile fascino, il fascino della conversazione, il fascino della parola parlata.
Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente i più svariati soggetti, dai più umili e familiari ai più dotti ed elevati. Ora parla di intricate questioni economiche ed un po' dopo si lagna che il suo editore si faccia troppo pregare per dargli quel che gli deve o che glielo dia a piccole somme staccate, ciò che prova che gli editori sono sempre gli stessi in tutti i tempi ed in tutti i paesi; ora fa profezie sull'avvenire politico dell'Europa per chiedere, un momento dopo, che gli si mandino alcune boccette d'inchiostro perchè quello che vendesi a Napoli è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul teatro per poi lagnarsi che certa tela per camicie speditagli da Parigi non sia di buona qualità.
Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua amica il titolo e l'argomento di un libro, che ha ideato forse nell'istante stesso che verga la lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in cui intende provare che questa è la medesima sia per gli uomini sia per le bestie e che essa si riduce tutta ai due seguenti punti: Apprendere a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire la noia. Un altro giorno, immagina un romanzo epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, un romanzo che verrà scritto, più di mezzo secolo dopo, dal letterato francese Henry de Latouche. Un altro giorno concepisce un “Sistema sull'origine delle montagne„ in cui trovasi in germe la moderna teoria dell'evoluzione. Un altro giorno infine progetta un libriccino umoristico di cui il curioso titolo dovrebbe essere: “Instructions morales et politiques d'une chatte à ses petits, traduit du chat en français, par M. d'Egratigny, interprète de la langue chatte à la Bibliothèque du Roi„ e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: “La gatta inculca dapprima ai suoi piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega loro la teologia ed i due principii, il Dio-uomo buono ed il Demonio-cane cattivo; poi detta loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, ecc.; infine parla loro della vita futura e della Rattopoli celeste, che è una città dalle mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, dalle colonne di anguille, ecc., e che è piena di topi destinati a loro divertimento. Essa ispira loro il rispetto pei gatti castrati, che sono chiamati a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici in questo e nell'altro mondo, come lo attesta la loro pinguedine, ed è perciò che essi sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente raccomanda loro la più perfetta rassegnazione, nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo stato di perfezione, ecc., ecc.„
Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani ed essi andarono a raggiungere nel limbo letterario l'infinita legione dei libri progettati e non eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora da farsi in un volume, che porti per epigrafe le rivelatrici parole dei Goncourt: “On ne fait pas les livres qu'on veut.„ Che importa? Sono proprio questi i libri ai quali gli scrittori serbano la maggiore tenerezza ed ai quali ripensano sempre con simpatia, simili un po' a quelle vezzose eroine degli amoretti giovanili appena abbozzati e dovuti lasciare a metà, le cui vaghe fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle ore angosciose di scoraggiamento sentimentale, in cui l'anima è annebbiata di tristezza ed il cuore sanguina sotto gli artigli della delusione.
Gli autori amano queste loro opere embrionali perchè esse non hanno dato loro nessun dispiacere e perchè appaiono loro sempre illuminate dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. Ahimè! dopo quella prima ora di sublime gioia cerebrale, incominciano le terribili battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella fulgida visione del libro futuro, che nell'attuazione si sforma, si contorce, svaporasi.
Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi nelle lettere di Flaubert alla Sand, in chi di noi, per quanto modestissimo maneggiatore di penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di noi potrà mai dimenticare la triste e rassegnata esclamazione di lui: “Ah! je les aurai connues les affres du style?„
Sì, una grande gioia è anche quella di poter mettere la sospirata parola “Fine„ ad un volume, ma in tale gioia v'è anche un po' del grossolano sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel momento supremo, l'opera quasi più non ci appartiene e ad essa non è già più l'anima dell'artista o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità dell'uomo, che sogna un entusiastico coro di lodi.
Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, più alta, più serena è quella che ci procura la ideazione di un nuovo libro, il quale, nel fremito giocondo di quel primo istante, ci appare bello e completo come giammai sarà, come giammai potrà essere; ed è naturale per conseguenza che il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio senza mai concretarsi, sia pure il figlio prediletto della nostra anima.
Un biografo diligente e scrupoloso osservatore della verità storica vi direbbe che ritornato dalla Francia, il Galiani, eccetto un breve viaggio fino a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece sostengo che egli continuò a vivere per molti anni ancora a Parigi, finchè la morte della sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, ciò che sopra tutto vale è la vita dello spirito ed ognuno di noi può eleggersi una patria ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario aspetto di professore, d'impiegato, di medico, può con lo spirito viaggiare pel mondo, può con lo spirito vivere in Francia, in America o nell'Estremo Oriente.
Ma io voglio pur fare qualche concessione alla gente positiva, che di queste nostre metafisiche da esteti compassionevolmente sorride, e mi accontenterò di affermare soltanto che nell'abate napoletano vi erano due uomini, come del resto egli stesso scriveva: “Ma ecco come sono, due uomini diversi impastati insieme, e che pure non riescono ad occupare intero il posto di un solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani severo e dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì a maritare perfino una nipote brutta e gobba, collezionista appassionato di monete e di medaglie, scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio passava a Corte e dai salotti dei diplomatici esteri passava al teatro, dove eseguivansi le opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava qualche compagnia francese; ma v'era poi un altro Galiani, e quello continuava a vivere a Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, a lanciarvi epigrammi ed improperii contro gli Economisti, a discutervi calorosamente sui più varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far ridere ed a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, con le sue capricciose fantasie, con le sue originali riflessioni, con le sue ardite massime, tutto un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse questo il Galiani affascinante e geniale, non è forse questo il Galiani davvero degno di interessare noi altri posteri?