Venne però un triste giorno del giugno 1783, ed in esso gli giunse la crudele notizia della morte della sua amica: in quel giorno il suo cuore si spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta a continuare il carteggio, durato per quattordici anni con la d'Épinay egli scrisse: “La signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato di esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima vostra, di continuare con voi la corrispondenza che io ebbi l'onore d'intrattenere così a lungo con lei; io intendo tutto il valore del sacrificio che voi vi degnate imporvi; ma come potrei io corrispondervi? Il mio cuore non è più tra i vivi, esso è tutto in una tomba. Perdonatemi, signora, se vi scrivo con tanta franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... In questa età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, ho perduto tutti i miei amici! io ho perduto tutto! non si sopravvive ai proprii amici!„
E può ben dirsi che in quel melanconico giorno il Galiani parigino morisse. In quanto al Galiani napoletano, egli gli sopravvisse ancora quattro anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più importanti cariche, in modo da raggiungere in emolumenti la rispettabile somma annua di 27 000 lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione dell'antico porto di Baja e della bonifica del lago Fusaro; e cessò di vivere, coi conforti religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni.
Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina Maria Carolina scrissegli una lunga lettera per esortarlo, in vista di una prossima ed inevitabile fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare dalla misericordia divina il perdono dei suoi molti peccati. A tale esortazione, per lo meno strana sotto la penna di quel modello d'ogni virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con una lettera piena di rispettosa gratitudine, ma piena eziandio di nobile dignità, di cui ecco la chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento che potrebbesi tacciare d'orgoglio, ma mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi numerosi peccati come uomo e come cristiano, non me ne posso rimproverare uno solo nè come magistrato, nè come suddito....„
Chi ha scritto queste parole e quelle più su riferite in occasione della morte della signora d'Épinay non può certo venir giudicato un cinico egoista, siccome lo hanno proclamato molti, che hanno preso troppo alla lettera alcune frasi del suo epistolario. Disgustato dall'umanitarismo enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo Rousseau, che imprecava contro le madri che non allattano esse stesse i loro bambini, ma che poi mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, sdilinguivasi quella corrottissima aristocrazia francese, la quale, secondo una frase divenuta celebre, danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che teneva molto, ed aveva ragione, all'originalità del proprio cervello, amava invece di posare, anche un po' forse per spirito di contraddizione, a scettico e gridava che egli non credeva nulla, in nulla, su nulla, di nulla, e si scalmanava a persuadere tutti che egli in politica non ammetteva che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, acerbo, in tutta la sua forza ed in tutta la sua asprezza.
Ebbene se si esamina coscienziosamente l'esistenza oltremodo laboriosa di questo scettico per progetto, si scorge che egli fu buon patriotta, magistrato integerrimo, suddito fedele, che si mostrò amico tenero e premuroso, che, dopo la morte del fratello, tenne luogo di padre alle figlie di lui.
Difetti certo n'ebbe e parecchi e gravi, ma ebbe pur la schiettezza di non nasconderli mai come ipocritamente fecero tanti altri grandi uomini: pochi, ad esempio, furono più di lui sensibili al successo delle proprie opere, ma nessuno ha più candidamente di lui confessato che non v'è alcuna vanità la cui ebbrezza sia più violenta della vanità letteraria.
Infine quest'uomo, che sotto la fosforescenza dello spirito nascondeva uno straordinario acume ed un profondo e sano buon senso; quest'uomo che è stato non soltanto un brillante e mordace scrittore, ma anche un vero ed ardimentoso novatore in economia politica ed in diritto pubblico; quest'uomo, i cui paradossi, sparsi con opulenta prodigalità nelle sue stupende lettere, fanno ripensare alla definizione di un illustre odierno scrittore, pel quale il paradosso dell'oggi è la verità del dimani; quest'uomo di cui Edmondo de Goncourt, tempo fa, non peritavasi di proclamare che possedesse “une cervelle autrement philosophique que la cervelle à la mince ironie de monsieur de Voltaire„ rimane, checchè ne dica certa maniaca critica iconoclasta, una delle più gloriose personalità, che abbiano, nel secolo scorso, onorata l'Italia Meridionale.
DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI (1698-1782)
CONFERENZA
DI