Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare all'Enciclopedia, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi dagli intendimenti dell'impresa, certe Osservazioni sul teatro greco dove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle, Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul Trapassi che il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato. Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze, rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„
Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì fatto fervore di pensieri e di coscienze; ma io non sono di quelli che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione, altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più, sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito cammino.
Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia: perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de' morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe del buono quell'affermazione dover l'arte viva d'ogni età rispondere alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è prodotta.
Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si respira meglio.
IV.
Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano come fu rapido quel trapasso, e come efficace.
Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche rispetto, un Alfieri in piccolo: anche lui, irrequieto; anche lui, scabro e impetuoso; anche lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. Viaggia molto anche lui, e trova in Inghilterra la giustizia e la libertà negategli in patria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto de' tragici francesi, il Corneille, sente poi la potenza dello Shakespeare, e ne prende a viso aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue gli Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, vuole che gl'Italiani tutti sien uomini. Per ciò non più cortigianerie, non più ciance:
Son franco nel parlare,
La verità la dico molto forte:
Pensa come starei in una Corte!