La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo aristocratico, divenne, per lui aristocratico, educazione del popolo a liberi sensi. Lo dissero duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, nè altro egli voleva.
“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente che ha l'anima così molle e flaccida che è cosa da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli occhi; gli eroi li vogliono vedere, ma castrati; il tragico lo vogliono, ma impotente.„ A questo modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, chiedeva, o gl'Italiani son di melma? E più amaramente nella palinodia sè riconosceva di ferro dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo tolse via nel 1815, ve lo restituì quando i tempi furon maturi, quando sentì i fati novelli, che la traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi l'Italia tutta sento quanto debba a quel grande.
Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, meno elegante, meno ingegnosa anche, se si vuole, di quella del Metastasio, assai più grande del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano fu assai più grande di quella dell'abate romano; e le opere dell'arte, come gli organismi tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza quanto per la potenza della vita che le empie di sè; la potenza della vita che, correndovi per entro a onde piene, le agita e muove. Che più, se l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma si faccia suscitatrice di bene, e infonda altrui l'anima sua generosa, e imponga agli inerti: Surge et ambula?
Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia dell'Alfieri; opera grande, perchè fu opera d'una grande coscienza.
CARLO GOLDONI (1707-1793)
CONFERENZA
DI
Ferdinando Martini
I.
Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelle Memorie che non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de' quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare, per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in Francia verso la fine del secolo scorso,[1] quando appunto sulle nostre scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro, illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes; in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alle Gertrudi martiri, ai Re d'Aragona, agli Eroi di Belgrado.