Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto, allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale.
II.
La primavera del 1721 un barcone veleggiava fra Rimini e Chioggia. Dentro, “dodici fra attori ed attrici, un suggeritore, un macchinista, un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due balie, ragazzi d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, piccioni, persino un agnello: pareva Parca di Noè.„[2] Giuochi, canti, suoni e fra tutti i suoni prediletto quello d'una campanella che chiamava frequente a refettorio i giovanili appetiti insaziabili. Fra quell'allegra baraonda un ragazzo di quattordici anni, scappato convalescente, col solo bagaglio di due camice e un berretto da notte, alle lezioni di filosofia di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove la madre dimora, lo aspettano forse i rimproveri e le sgridate di lei. Non ci pensiamo. Ci sarà tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito di cantare, quando l'amorosa avrà smesso di far ridere, gemendo sulla morte immatura del gatto suo trastullo e delizia, precipitato dall'albero maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e poi non ci saranno nè rimproveri, nè sgridate. Alla madre, prima, si presenterà il capo-comico.
— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo figliuolo.
— Oh! grazie, grazie. E come sta?
— Di salute, benone.
— Non è contento?
— Così così.... Soffre.
— Oh! poverino! perchè?
— Perchè è lontano da sua madre.