Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra, le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre, reazioni egualmente torbide.
E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa, e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia. Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori, il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata dalle bande che gridavano: viva Maria; a capo delle quali entrò in Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, Alessandrina Mari di Montevarchi.
Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi, per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove diplomazie.
È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità.
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Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo, vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale trattato di pace.
Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto, poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza, lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria, distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva l'esercito al piede di pace.
Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi, il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola famosa, il lupo accampava contro l'agnello.
Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese, e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano, abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino, mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di Superga minacciava Torino.
Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono, lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di così antica virtù.