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Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove finisce.
La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico. Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi. Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però, su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica.
Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi dalla Francia.
La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità disarmata.
Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja. Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi. D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo.
Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin.
Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche, destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica: Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, degli spensierati.
Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo romoreggiavano sul capo della Repubblica.
Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg, primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile, “la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„