M'ascondea fra le lenzuola:
Indi un sogno atro e funèbre
Mi troncava la parola.
Non di meno al novo giorno
Obliavo i pomi e il pane;
A le vecchie io fea ritorno
E chiedea nuove panzane.
Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo Heine.
VIII.
Ma questo padre di romantici, questo romantico in potenza, come ha dallo studio de' classici tanto derivato di virtù e d'eleganza all'eloquio e al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano che tra i romantici nostri nessuno poi vorrà e saprà osare. In più luoghi del Giorno le potrei additare: evidenti sono nelle odi. Se non avessimo innanzi ciò che il poeta seppe fare, e che è spesso un capolavoro, si direbbe che egli volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri della canzonetta anacreontica o dell'ode oraziana, quali gli Arcadi le avevano foggiate, e vi trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; trattò dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, della chinachina. Perchè, con le odi innanzi, non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità di tali argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li ha cercati e scelti a prova di virtuosità tecnica e d'ingegno sottile, ma essi son venuti spontanei a lui filantropo che pensava il pubblico bene, a lui artista che dentro ogni aspetto della vita, per umile che fosse, sentiva la vita inesausta, grande, immortale, che empie ed anima tutte quante le cose.