Giovanni Bovio
I.
Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose migliori.
Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente.
Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze.
Non è senza ragion l'andare al cupo,
disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne. L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono a quelli che il loro tempo avrebbero chiamato antico.
Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nel fatale andare. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della specie.
I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico, vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del genio e dell'ignoranza. Le CXIV degnità innanzi alla Scienza Nuova sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non esisteva Dante per Voltaire e Lamartine.
I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e ti ritrovi dentro quando credi esserne uscito a riveder le stelle. Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto spezzare il circolo e ripetere: Mundus adhuc juvenescit.