E studiando la crosta terrestre trova che è costituita da strati paralleli sovrapposti, depositati certo dalle acque, contenendo essi quantità di resti organici e specialmente di conchiglie marittime, fossilizzati; per cui in origine detti strati dovevano essere orizzontali. Ma mostrandosi ora ondulati, inclinati, mischiati, devono aver agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, avvallamenti, terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. A periodi di maggiore attività vulcanica seguirono periodi di calma, ed il mare ricoprendo ogni cosa, depositò nuovi strati, che anch'essi sconvolti hanno dato luogo al sollevamento ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella Toscana distingue non meno di sei periodi.

Come fervente cattolico si sforza di mostrare che le deduzioni cui è giunto non sono contrarie a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente non dà alle sue proposizioni lo svolgimento intravvisto dall'acuta sua mente. Nei limiti impostisi, sia per convinzione personale, sia per forza di circostanze, nessuno però ha considerata la geologia da un punto di vista più largo, nè ha emesso tante nuove idee, confermate in seguito dai fatti.

Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, e solo nel 1831 il celebre geologo Elie de Beaumont, dandone un ampio estratto in una memoria inserita negli Annali delle scienze naturali, la rivendica ai dovuti onori. Più fortunato di Galileo, Stenone potè morire in pace, senza vedere i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione di Roma alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, è nota. Il che non arresterà il cammino della scienza, che per essere verità è religione.

Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia del Cimento l'Italia brilla di vivissimo splendore, e sorge maestra a tutto il mondo. Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo decadimento.

Le esperienze però descritte nei “Saggi„ è naturale che non rappresentino tutto quanto in quell'epoca fortunata fu acquisito alla scienza. Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale furono eseguiti, riescirà forse più chiaro raggruppare le ricerche che ebbero luogo in seguito a seconda del tema trattato.


Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia del Cimento per provare se la pressione atmosferica influisca sul fenomeno, ho già detto; giova notare che i fenomeni di capillarità furono per primo osservati dal sommo Leonardo da Vinci, e direi quasi riscoperti e studiati con amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi delle piante, il conservarsi dei fiori in molle, il cibarsi delle variopinte farfalle a mezzo della proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al Galileo. Chiamato dalla Veneta Repubblica a coprire la cattedra del gran filosofo in Padova, preferì restarsene professore a Pisa dove, rapito alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo la sua età col secolo. Le osservazioni però meglio approfondite sui fenomeni capillari, e sulle attrazioni e ripulsioni fra corpi galleggianti, a seconda della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, che le eseguì e pubblicò all'infuori dei lavori fatti in comune nell'Accademia del Cimento.

Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di vetro rapidamente raffreddato che vanno in briciole quando si rompa l'estremità della loro codetta; nè si conosce chi primo le abbia prodotte. Dall'Olanda entrarono nel mondo scientifico, e di lì il loro nome. Dobbiamo a Gemignano Montanari, nato in Modena nel 1633, uno studio su dette lagrime “Speculazioni fisiche sopra gli effetti dei vetri temperati„ nel quale per primo dà come causa del fenomeno la forte tensione superficiale del vetro. Le così dette Bocce di Bologna, che si rompono lasciandovi cadere un pezzettino di pietra focaja, sono assai posteriori, e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica a Bologna nel 1740.


Una delle curiosità scientifiche del seicento, ed intorno alla quale tutti più o meno si affaticarono, si fu la fosforescenza. Ancora Aristotile e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa da certi insetti, da materie in putrefazione, dal mare. Plinio parla di pietre luminose “carbunculus, selenites„ delle quali non conosciamo la natura; ed Alberto il Grande sapeva come il diamante, moderatamente riscaldato, emetta luce all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, o pestati, danno una leggera fosforescenza.