Oh quant'era peggior farmi contento!
dice adesso; adesso che alle sue tentazioni ha posto fine la morte. Ormai egli può dire con sincerità:
Benedetta colei ch'a miglior vita
Volse il mio corso, e l'empia voglia ardente,
Lusingando affrenò...........
Oramai l'angiolo adorato a mani giunte, e la donna cupidamente desiderata, si confondono in un essere solo; in un essere che è la sorella, l'amica, la confidente de' suoi dolori. Insomma, mentre la prima parte del Canzoniere è piena di contradizioni, e in essa si sente l'uomo combattente tra la carne e lo spirito, tra Laura e Dio; la seconda è un mare tornato in calma, dove la donna fatta immortale chiama a sè il Poeta, il quale non aspira più che al cielo, dove si figura che Laura lo aspetti:
Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergo
Perch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.
Ed ora che abbiamo, sebben troppo rapidamente, studiato il Petrarca nelle multiformi manifestazioni del suo ingegno, resta che ci facciamo un'ultima domanda: qual'è il valore estetico del suo Canzoniere, di quest'opera per la quale egli è immortale, e che fa di lui il primo lirico della nostra antica letteratura?
Bisogna, come dicevano i vecchi scolastici, bisogna distinguere. Certo non tutto è perfetto: qualche cosa in lui rimane delle scuole antecedenti, qualche cosa ha aggiunto di suo che non è bello. Certe metafore, certi giuochi di parole, certi artifizi ci dispiacciono. Egli ha scritto anche quando gli mancava l'ispirazione, anche quando l'argomento non gli era che un pretesto poetico. Resta in lui qualche traccia della poesia trovadorica, ed in lui si annunzia quello che sarà più tardi petrarchismo e seicentismo. Quando per esempio egli esorta i suoi sospiri a passare il monte, suppone che si sieno smarriti, non sa se sieno arrivati a Laura, ma conchiude che devono esser giunti perchè non li vede tornare[5]; quando giuocherella sul nome di Loreta; quando trova modo di parlar del suo amore a proposito di alcune pernici e di alcuni tartufi, che mandava in dono a un amico, allora, oh allora, in verità, noi siamo tentati di rimpiangere che il Petrarca abbia scritto troppi versi. Ma sono minuzie in mezzo ad un tesoro di bellezze divine. Il Petrarca ha il culto della forma, e qualcheduno ben disse di lui, ch'egli è il precursore di Raffaello. I suoi quadri sono smaglianti di bellezza e di finezza: ricordatevi di quei versi dove dipinge Laura giovane e fiorente: