Vivo: tu sei la tramontana stella

La qual io seguo per venire al porto;

Ancora di salute tu se' quella

Che se' tutto il mio bene e il mio conforto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Nel Filostrato, il Boccaccio aveva trovata una materia adatta alla sua indole, e subitamente raggiunse una perfezione che appena doveva superare nel Decamerone. Codesta storia d'intrighi amorosi, di seduzione, di gelosia, era una vera novella, malgrado i nomi classici e si confaceva mirabilmente alle attitudini più spiccate del suo ingegno, che lo portava a rappresentare la realtà con finezza di osservazione, accompagnandola col suo riso beffardo[7].

Anche il lungo poema della Teseide fu scritto per Fiammetta e contiene molte allusioni al suo amore. Ma la sua prolissità, la mescolanza di elementi eterogenei, la studiata imitazione degli antichi ed altri difetti ne rendono faticosa la lettura. Ad ogni modo egli fu con quest'opera l'annunziatore del poema romanzesco del secolo XVI, e fu, se non l'inventore, certo il perfezionatore dell'ottava, che doveva poi servire alle immortali creazioni dell'Ariosto e del Tasso.

Un idillio, che nella sua maliziosa ingenuità può quasi (come alcuno ha detto) ricordare il Don Giovanni di Byron, è il Ninfale Fiesolano, in ottava rima anch'esso e anch'esso scritto durante gli amori del Boccaccio con Maria. Il pastore Africo s'innamora di Mensola, una delle ninfe di Diana, ne è riamato e la povera ninfa perde il fiore del suo pulzellaggio; ma poi, pentita, abbandona l'amante, che disperato si uccide. Essi sono trasformati nei due fiumicelli che scorrono presso la collina di Fiesole, e che mescolano insieme le loro acque.

Un caldo sentimento della natura, un profumo incantevole di gentilezza e un acre fremito di sensualità fanno del Ninfale un'opera d'arte già per sè stessa perfetta. Qui, come dice il Carducci[8], l'idillio d'amore persuaso dalla stessa natura s'intreccia coll'epopea delle origini, e la sensualità in mezzo a' campi e torrenti è selvatica e pura come nel Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un'avventura d'amore forse dell'altro ieri, è carezzata dal canto delle ninfe mitologiche su le cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori di maggio e della leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi scena al Decamerone; e viene in fine Atalante il mitico incivilitore, e, a vendetta de' due amanti sacrificati ai voti crudeli di Diana, disperde le ninfe e le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la civiltà. Non sembra la parabola del Rinascimento sulle rovine degli istituti ascetici?

Arrivò un giorno nel quale l'amore di Maria parve intiepidirsi. Era andata da Napoli a Baia, e forse la lontananza, o la stanchezza, o altro a noi sconosciuto motivo la resero diversa da quello che era prima. O forse la gelosia faceva credere a messer Giovanni quello che non era. Certo è che di quel tempo abbiamo alcune sue rime nelle quali sentiamo gemere dolorosamente l'anima sua: