Il quale, mentre amava Maria, mentre scriveva i suoi romanzi amorosi, mentre si dava bel tempo nei lieti ritrovi di Napoli, aveva anche il pensiero ai suoi diletti studi umanistici, e si apparecchiava ad essere dell'umanismo uno dei più operosi fondatori. Il modo appunto col quale il Boccaccio cerca di giustificare e trasfigurare l'impetuosa passione di Fiammetta con modelli e confronti delle antiche leggende d'iddii e d'eroi, mostra che per le più intime disposizioni dell'animo suo, per il suo impulso, forse sfrenato ma profondamente ragionato verso lo svolgimento della piena e intera natura umana, egli non trovava riscontro e risposta se non nella libera e agitata umanità dell'antico mondo greco. E così quando egli nella seconda metà della sua vita si venne con sempre maggior fervore rivolgendo agli studi classici, potè fare il suo ingresso nel mondo antico come persona ad esso legata da intima affinità, e potè condurre quegli studi ad uno svolgimento e a una perfezione che hanno avuto un effetto decisivo per la cultura moderna[9].

Il Boccaccio fu il primo che si applicasse con profitto allo studio del greco, fu il primo che possedesse un manoscritto completo di Omero, che egli leggeva col calabrese Leonzio Pilato, a cui diede ospitalità nella sua povera casa, e per il quale ottenne che fosse nello studio fiorentino istituito un pubblico insegnamento di lingua greca. Potè così scrivere il suo trattato della Genealogia degli Dei, vasta compilazione nella quale è raccolta la sua erudizione mitologica e che per quei tempi è cosa prodigiosa.

Certo su questo indirizzo dell'operosità del Boccaccio dovè esercitare non piccola influenza il Petrarca. I due grandi uomini s'incontrarono la prima volta nel 1350, quando il Petrarca passò per Firenze, diretto a Roma. E nell'anno seguente, al Petrarca portò il Boccaccio a Padova la lettera del Priore delle Arti, del Popolo e del Comune di Firenze, colla quale gli si rendevano i beni già confiscati al padre suo e s'invitava a ritornare alla patria. — “Vieni, gli scrivevano, vieni, o aspettato. Abbastanza vagasti intorno; città e costumi di straniere nazioni ti furon conti abbastanza. Te ogni privato, te nobili e plebei, te i domestici lari, te i ricuperati poderi invocano e chiamano.„ — Forse questa lettera così abbondante d'affetti fu scritta dal Boccaccio stesso, e noi possiamo figurarci con che gioia egli si movesse per portarla al suo grande amico, in quali dolci colloqui si trattenesse con lui. Essi trascorsero insieme alcuni giorni deliziosi; mentre il Petrarca era allora tutto intento agli studi teologici, il Boccaccio si trascriveva avidamente una parte o l'altra delle opere di lui; verso sera scendevano nel giardinetto ridente nel lusso della vegetazione primaverile, e si ricreavano in isvariati colloqui[10]. Per il Boccaccio, il Petrarca era una specie di divinità; egli lo chiama sempre maestro suo, e lo proclama santissimo esempio di onestà, famosissimo poeta, arca di verità, splendore di virtù, gloria della facoltà poetica; egli, modesto e buono, spera di aver fama dopo la morte sol perchè fu in corrispondenza col Petrarca “Questo mi fa sicuro, egli dice, che così almeno il mio nome alla più tarda posterità giungerà venerabile, chè non potranno gli assennati creder dappoco e neghittoso un uomo cui tu frequenti e lunghe lettere scrivesti.„ E quelle lettere ordina amorosamente in volume, e si affatica a trascriver per lui opere antiche, e lo circonda di un amore, di un rispetto, di una venerazione, che ci svelano (se pur ce ne fosse bisogno) tutta la bontà di quell'anima. Si fa piccolo davanti a lui, gli scrive che ha bruciate le proprie poesie dopo aver letto le sue. Gli parla de' cari suoi, della figlia, della piccola nipote, del genero, con un affetto candido e vivo, e dal quale apparisce quanto fosse sensibile il suo cuore, quanto squisitamente nei suoi affetti gentile. Non vi dispiaccia sentir questa pagina; colui che scrive è quel Boccaccio che tante volte fu chiamato maestro di lascivie e corruttore del costume. Viveva a Venezia col marito e con una piccola bambina, Francesca figliuola del Petrarca; lei visitò il Boccaccio, e così all'amico ne scrive: “Riposatomi alquanto mi recai alla casa di lei per salutarla, la quale saputo appena ch'io v'era, non altrimenti che fatto avrebbe per il tuo ritorno, lietissima in volto mi corse incontro, e tinta alcun poco di rossore, poichè mi fu accanto, chinati a terra gli occhi in atto di modestia e di filiale affezione, mi fe' un gentile saluto e a braccia aperte mi ricevette. Dio buono! M'accorsi tosto che ella adempieva un tuo ordine, vedi la fiducia che in me voi tutti ponete, e di essere veramente tutto cosa tua io meco stesso mi rallegrai. E poichè d'alquante cose e delle recenti novelle si fu parlato alcun poco, scendemmo nel tuo orticello, ed ivi con più aperte e più tranquille parole, la casa, i libri, e tutto quanto è tuo e quanto è suo con matronale gravità, perchè il prendessi, m'offerse. Ed ecco, mentre noi parlavamo, a passo più posato che a quella età non si convenga, a noi venire la tua delizia, Eletta tua, che prima di parlarmi mi guardò sorridendo; ed io non lieto soltanto, ma avidamente, tra le braccia la strinsi. Al primo aspetto parvemi rivedere la mia bambina. Eguale a quello della mia figliuoletta è il viso della tua piccola Eletta; eguale il sorriso, eguale la vivezza dell'occhio, il gestire, l'andare, sebbene più grandicella e d'età un poco maggiore fosse la mia, che già toccava cinque anni e mezzo quando la vidi per l'ultima volta.... Ahimè infelice! quanto soventi volte abbracciandola teneramente e prendendomi diletto di favellare con lei, la memoria della mia bambina perduta mi fece prorompere in pianto.„

Se grande però era la venerazione del Boccaccio per il Petrarca, egli sapeva anche a tempo parlargli con quella franchezza ch'era propria di lui. Giunse un giorno all'orecchio del Boccaccio che il Petrarca aveva accettato l'ospitalità dei Visconti, e all'uomo povero e onesto parve ciò imperdonabil delitto, tanto più che egli si ricordava come già nel loro soggiorno a Padova avesse udito l'amico gridare contro le tirannide dei signori di Milano. E presa tosto la penna gli scrisse, ricordandogli prima com'egli a Padova parlasse dello stato infelice dell'Italia, e della tirannia dell'arcivescovo Giovanni Visconti; “ti dirò il vero, io sono rimasto di sasso, ed ho detto, è impossibile. Ma poi da una tua lettera stessa sentii la notizia accertata. Oh Dio! chi mai avrebbe potuto aspettarsi tanta mobilità di carattere? Chi avrebbe creduto che per avidità tu potessi così rinnegare la tua fede? Hai forse fatto ciò per vendicarti dei tuoi concittadini? Ma quale uomo di onore, se anche avesse ricevuto qualche torto dalla sua patria, si unirebbe coi nemici di lei? Oh quanto hai tu mortificato con questo atto i tuoi ammiratori ed amici, che non si stancavano mai di lodarti e di proporti ad esempio a ogni virtù?„

Queste parole franche e fiere, questo rivolgersi con tanto coraggio all'uomo ch'ei chiamava maestro, che circondava di tanto rispetto, ch'era per lui quasi un idolo, ci mostra quanto nobile fosse il carattere del Boccaccio, e come egli sentisse altamente gli obblighi dell'amicizia. Non egli certo, che era pure angustiato dalla povertà e che così infelice si trovava sotto il duro tetto paterno, non egli avrebbe sacrificata la propria dignità e il proprio onore, sino a divenire l'ospite dei più feroci tiranni d'Italia. Vero è che il Petrarca con uno di quei gridi d'orgoglio che gli uscivano di tratto in tratto dalle labbra si giustificava dicendo: non sono già io che vivo presso i principi, sono essi che vivono presso di me. Ma queste non erano che frasi. Il Boccaccio nella sua integrità sentiva che l'amico suo era colpevole, colpevole d'ambizione e di cupidigia, e a viso aperto dicevagli quel ch'era il vero, affrontando così lo sdegno dell'uomo che pur gli era supremamente caro.

Nè questo è tutto: a certi superbi disdegni del Petrarca sapeva il Boccaccio opporsi senza tergiversazioni e senza timori. Egli aveva un vero culto per Dante, e doveva sapere che l'amico suo poco l'amava e forse in cuor suo disprezzavalo. Onde un giorno gli mandò un esemplare della Divina Commedia, accompagnandolo con un carme latino, nel quale traspare tutto il suo entusiasmo per l'Alighieri, e nel quale, ancora, non manca un po' di maliziosa ironia per il disdegno Petrarchesco. Accogli, dice, accogli quest'opera gradita ai dotti, mirabile al volgo.... nè ti sia duro mirar versi che tengono la loro armonia sol dalla patria favella: sono d'un poeta esule, che, gran peccato della fortuna, non ebbe corone.... Accogli, ti prego, questo tuo concittadino e dotto insieme e poeta; accoglilo, leggilo, uniscilo a' tuoi, onoralo, lodalo....

Questa schiettezza, dice il Gaspary, colla quale il Boccaccio riconosce la grandezza degli altri, ce lo rende specialmente simpatico. E l'amor suo a Dante dimostra com'egli meglio del Petrarca intendesse per quale via oramai, dopo il grande poema dantesco, dovesse porsi la letteratura italiana.

E a porla su quella via contribuì egli potentemente. Il Petrarca spregiava il volgare, non si riprometteva fama che dalle opere latine, si vergognava, da vecchio, di avere scritto il Canzoniere. Che sarebbe accaduto della nascente letteratura, se questo concetto avesse prevalso? Ma il Boccaccio seppe tenere in pregio la lingua italiana, ed egli, così fervido amatore de' greci e de' latini, scrisse in volgare la maggior parte delle opere sue, apparecchiandosi così a quella tra esse, che fa di lui uno de' patriarchi della nostra letteratura.

Il Decamerone è, come ben sapete, una raccolta di cento novelle.

La novella era un genere letterario che piacque grandemente al medioevo: che gli piacque per quell'ardente desiderio dei racconti che era comune a tutti nell'età infantile dei popoli europei; che gli piacque ancora, perchè potè usarne largamente per i suoi istinti e pei suoi scopi di misticismo. Tutta una ricca serie di opere ci mostra questo speciale carattere della novella dell'età di mezzo: il carattere cioè di servire ad una data applicazione morale, o più spesso ad un precetto ascetico: ed è notabile il fatto, che, per servire a ciò, essa non rifugge dalla narrazione delle cose più stravaganti e si tuffa anzi ben spesso in tutto quello che può esserci di più ributtante e di più sconcio, di più sciocco e di più immorale. In quei libri è una mescolanza continua di turpe e di ridicolo. Ma cosiffatto è il misticismo dell'età di mezzo: un idiotismo delle menti, rimpiccolite e annebbiate dall'oltremondano, che non sanno uscir mai da quel ristretto giro d'idee, dove inesorabilmente le confina il falso concetto che si son fatto della vita e del mondo; dove le costringe quel deperimento morale della coscienza, quella mancanza del sentimento umano, tutto insomma quell'insieme di condizioni patologiche onde si compone il medioevo. La reazione contro un tale sonnambulismo dei cervelli non mancò: ben presto il giullare francese intuonò il suo fabliau gaio e mordace. Ma il fabliau è tutto quello che può immaginarsi di più ruvido, di più scopertamente basso e triviale. Esso non conosce nè eleganza, nè delicatezza di forma, nè elevatezza di sentimento. È quasi un grido brutale che si sprigiona dall'anima inconscientemente. Per quale ragione dunque, come scrive il Villari, quei personaggi incerti, fantastici, e astratti de' racconti francesi, che traversan come ombre tutto il medioevo, divengono a un tratto personaggi reali nel Decamerone? In esso troviamo, con la più pura ed elegante favella, descritta la intricata e molteplice vicenda delle cose umane. Il maraviglioso e l'impossibile spariscono e ci viene invece riprodotto quel contrasto di capricciosa fortuna e di umane passioni, che crea la mutabilità della nostra sorte. Il poeta ha una grande esperienza degli uomini, ed un continuo sogghigno sulle labbra, poichè egli vede, sotto la sua penna, un mondo di sogni e di fantasmi trasformarsi nel mondo reale di uomini schiavi delle loro passioni e dei pregiudizi che essi medesimi crearono. Quella tendenza che noi osserviamo continuamente nel Boccaccio di dar carattere storico ai suoi personaggi, di determinare la nascita, la patria, la vita, il nome di uomini che vissero solo nella fantasia del popolo, ci prova chiaro il bisogno di realtà e di verità, che è in lui come in tutti i nostri grandi scrittori.