Ogni mio spirto, ogni dolore e pianto
Si farà riso, e pur sarò sì pronto,
Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara
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Non dirò, o Signori, che questi sian versi bellissimi; ma son versi che ci dicono quanto fosse vera, profonda, ardente la passione del Boccaccio. Paragonati a quelli del Petrarca, essi rimangono certo molto inferiori per l'eleganza; ma ci rivelano un amore pieno, quasi troppo pieno, di tutte le realtà più sensibili e più terrene. Il futuro novelliere mostra già qui le sue tendenze a ciò che è schiettamente umano, a ciò che si stacca da tutti i misticismi, da tutti i trascendentalismi dei tempi anteriori. Ci riaccostiamo alla natura e alla verità; ed è questo un gran fatto nella storia dell'umano pensiero.
Se Baia tolse per un momento al Boccaccio l'amor di Maria, questo dovè, pare, più tardi, riaccendersi. Era stato Giovanni richiamato imperiosamente dal padre a Firenze. Un giorno che Maria era andata a visitare forse le monache del convento di Bajano dove era stata educata, entrò là dentro un mercante fiorentino, che narrò aver visto pochi giorni prima che partisse entrare nella casa de' Boccacci una bellissima giovane, la quale gli avevano detto esser la sposa di Giovanni. La notizia non era vera. Una giovane sposa era entrata bensì nella casa de' Boccacci, ma sposa del padre; del “vecchio freddo, ruvido e avaro„, rimaritatosi con Bice de' Bostichi.
L'annunzio del mercante però trafisse il cuore a Maria. Lasciate che parli per un momento ella stessa, che ella stessa vi dica le angosce e i furori suoi: “Venuti i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì, ed io con animo pieno di angosciosa ira.... ora nel viso accesa ed ora pallida divenendo, quando con lento passo, e quando con più veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E poi che lecito mi fu di poter fare di me a mio senno, entrata nella mia camera amaramente cominciai a piangere, e quando per lungo spazio le molte lacrime parte della gran doglia ebbero sfogata, essendomi alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: ora, o misera Fiammetta, sai perchè il Panfilo non ritorna, ora sai quello che tu andavi cercando di trovare: che, misera, chiedi di più? che più addimandi? Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i tuoi desideri di riaverlo, abbandona la mal ritenuta speranza, pon giù il fervente amore, lascia i pensieri matti: credi oramai agli auguri e alla tua divinante anima, e comincia a conoscere gli inganni de' giovani. Tu se' a quel punto venuta là dove l'altre sogliono venir che troppo si fidano. E con queste parole mi raccolsi nell'ira e rinforzai il pianto, e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare: o Iddii ove siete? ove ora mirano gli occhi vostri, ov'è la vostra ira? perchè sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?... O Iddii rivolgete in lui alcuno di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già dubitai: uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace, acciò che io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta che mai debbo sentire per lui, e me vendichiate ad un'ora.„
Queste parole si leggono in un libro scritto dal Boccaccio; una specie di romanzo d'amore, intitolato Fiammetta, dove i pericoli del primo incontro, la felicità dell'amor diviso, la irrefrenabile forza della passione, il combattimento contro tutti gli ostacoli, i lamenti per la separazione, il desiderio della persona lontana, il destarsi della gelosia, la disperazione dopo la certezza della perdita, tutto è rappresentato con profonda verità, con larga espansione, con tenerezza sincera.
Se non che anche nella Fiammetta certi difetti non mancano. Come già nel Filocolo, come nel Filostrato, nella Teseide e nell'Ameto e in tutte le opere giovanili del Boccaccio apparisce evidente la tendenza del suo spirito verso l'antichità classica. I lunghi e latineggianti periodi del Filocolo, le reminiscenze degli scrittori antichi, la predilezione per la mitologia, ce lo dicono chiaro; e anche la Fiammetta ci apparisce troppo erudita, troppo imbevuta di letture classiche, troppo smaniosa di citazioni, troppo diversa da quello che doveva essere una donna del tempo suo.
E questo è sicuramente un difetto. Ma un difetto che trova la sua ragione, e la sua scusa in uno dei caratteri più eminenti dell'ingegno del Boccaccio.