E a questo nuovo mondo, uscente dalla tetra necropoli del medioevo, diede alito vivificatore il Boccaccio; il buono e tranquillo messer Giovanni, che fu dispregiatore degli onori, sempre sereno nella sua grande coscienza di artista, innamorato sopra tutto della gloria e delle belle donne, e che scese nel sepolcro povero, egli che lasciava al mondo i tesori della sua prodigiosa ricchezza.

IL TRAMONTO DELLE LEGGENDE

DI
ARTURO GRAF

Signore e Signori,

Uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale dei popoli cristiani nel medio evo si è la produzione di quello sterminato numero di leggende, varie d'indole, di significato e di forma, che furono allora tanta parte della credenza e della letteratura; e uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale degl'Italiani in quella età si è che, meno di ogni altro popolo dell'Occidente, essi cooperarono a tal produzione. Non già che abbiano, generalmente parlando, ignorate o sgradite quelle pie od eroiche finzioni; ma il più delle volte si contentarono di riceverle dai vicini, già belle e formate: e se le ripeterono spesso con devozione ed amore, tradotte nella loro favella; se, non di rado, le rimaneggiarono e le ampliarono, acconciandole ai propri sentimenti e bisogni, non però si diedero gran fatto pensiero di accrescerne la vasta e prestigiosa congerie. Rubando i vocaboli al linguaggio delle industrie e dei traffici, si potrebbe dire che gl'Italiani consumarono molte leggende e ne produssero poche; ne importarono in copia e ne esportarono assai scarsamente.

Le maggiori leggende, così sacre come profane, le quali ebbero corso nel medio evo, e furono, per secoli, patrimonio comune della cristianità, nacquero, pressochè tutte, e crebbero fuori d'Italia. Delle ascetiche, molte, che più strettamente si legano alle Scritture, sono antichissime, e apparvero dapprima in Oriente, dov'era stata la culla della fede, e d'Oriente passarono a mano a mano in Occidente, seguendo alcuna volta assai da presso la predicazione e la diffusione dell'Evangelo. La leggenda della penitenza di Adamo ed Eva; quella, ben più famosa, del legno onde fu formata la croce; quelle ancora di Giuda e Pilato, della discesa di San Paolo all'Inferno, dei Sette Dormienti, della Vendetta del Salvatore, di San Silvestro che sanò e convertì Costantino imperatore, dell'Anticristo, che alla fine de' tempi verrà a porre in grande travaglio la Chiesa e il mondo, e altre parecchie, le quali sarebbe lungo ricordare, ebbero per lo appunto, in tutto o in parte, sì fatta origine e sì fatta vicenda, e alcune di esse non penetrarono, a quanto sembra, in Italia, se non dopo che si furono sparse per varie province d'Europa. Nella storia necessariamente oscura e confusa di queste finzioni, non è sempre possibile, gli è vero, rintracciare i primi cominciamenti, seguire le derivazioni e i trapassi; ma l'incertezza che non si scompagna da' singoli casi non muta però l'indole del fatto generale. Molte altre leggende ascetiche ebbero diffusione in Italia, le quali indubbiamente sorsero fuori dei nostri confini, qua e là per l'Europa, spesso tra genti assai remote da noi, e talvolta quasi ancora barbare. Tali quelle meravigliose e paurose Visioni del mondo di là, che precedono il poema di Dante, e, in un certo senso, il preparano. Parecchie, come la Visione di San Furseo, la Visione del cavaliere Tundalo, la leggenda del Pozzo di San Patrizio, ebbero divulgazione e celebrità grandissima, e furono note e ripetute anche in Italia; ma quando se ne tolgano alcune poche di minor conto, riferite da Gregorio Magno e da san Pier Damiano, e quella, assai tarda, del monaco Alberico, tutte l'altre, così, le maggiori come le minori, avemmo dagli stranieri. Altrettanto dicasi di quella singolare peregrinazione dell'irlandese san Brandano, che acconciamente fu chiamata una Odissea monastica, e di molte altre leggende ove si narrano viaggi miracolosi al Paradiso terrestre.

Se, lasciate da una banda le leggende ascetiche, ci volgiamo all'eroiche e romanzesche, vediamo che le condizioni dell'Italia, per rispetto alla produzione loro, non mutano. Tutta, o quasi, la poesia epica nostra è nudrita di tradizioni e di leggende non nostre. Le storie favolose di Alessandro Magno, i romanzi di Apollonio di Tiro e di Fiorio e Biancofiore sono orientali d'origine; e, come tutti sanno, le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone, o, secondochè usò dirsi nel medio evo, la materia di Francia e la materia di Brettagna, ci vennero appunto di Francia.

In tutto ciò, se v'è del notabile, non v'è però nulla di strano; ma bene vi parrà essere alcun che di strano nel fatto che sienci venute di fuori, e di gran lontananza talvolta, leggende nelle quali di proposito si parla di cose nostre, o che a cose nostre si legano strettamente. Concedete ch'io rechi di ciò alcuni esempi.

Tutti sanno a quale curiosa trasformazione sia andato soggetto Virgilio nel medio evo, e quale rigogliosa leggenda gli sia cresciuta d'attorno. Di poeta che fu, egli divenne a poco a poco maestro di tutte le scienze, e poi mago, operator di miracoli e dominator di demoni. Si mostravano in Roma e in Napoli gli edifizi meravigliosi da lui costruiti, i talismani e gli amuleti da lui congegnati, in benefizio e a tutela dell'una o dell'altra città. Una gran fabbrica, detta Salvatio Romæ, fatta per arte magica, e mercè la quale i Romani erano incontanente avvertiti di qualsiasi ribellione che avvenisse tra i popoli sottoposti al loro dominio, era opera sua; opera sua la strada che correva da Roma a Napoli; opera sua la Grotta di Posilipo, ecc., ecc. E molte meraviglie si raccontavano della sua conversione, della sua morte, della portentosa virtù che conservavano le sue ossa. Ora, sebbene sia più che probabile che molte di queste immaginazioni abbiano origine popolare, e siano primamente sorte in Napoli, dov'era e si venerava il sepolcro del poeta; e sebbene parecchie si annodino a una tradizione letteraria già cominciata anticamente in Italia, non è men vero che altre (non posso indugiarmi qui a fare le distinzioni opportune) nacquero fuori d'Italia; come, da altra banda, gli è certo che e quelle e queste si trovano ricordate la prima volta da stranieri, da Giovanni di Salisbury, da Giovanni di Alta Selva, da Corrado di Querfurt, da Gervasio da Tilbury, da Alessandro Neckam, tre inglesi, un francese, un tedesco.

Altro esempio. Sapete che cosa l'antica leggenda epica racconti del re Artù, che mortalmente ferito in battaglia, fu dalla sorella Morgana, la famosissima fata, portato nell'isola di Avalon, e quivi serbato miracolosamente in vita. Orbene, in sul principio del secolo XIII, e probabilmente anche assai prima, Artù, non mai guarito delle sue ferite, è in Sicilia, e abita sul monte Etna, o nell'interno di esso, in un palazzo di mirabile fattura, cinto di deliziosi giardini. Ma da chi sappiamo noi ciò? dal testè ricordato Gervasio da Tilbury, inglese, da un monaco tedesco, che aveva il capo pieno di diavolerie, Cesario di Heisterbach, morto verso il 1240; dall'innominato autore di un poema alquanto più tardo, il Florian et Florète dove si legge ciò che quegli altri due debbono sapere, ma non si curano di dire, cioè, che l'Etna è una specie di regno fatato, pieno di meraviglie e di delizie, consueta dimora di Artù e della sua corte. Gli è probabile che questa forma nuova data all'antica leggenda si debba alla fantasia dei Normanni: comunque sia, non se ne trova cenno in scritture italiane, salvo che in una bizzarra poesia, composta, come pare, nel secolo XIII, nella quale n'è uno assai fugace ed oscuro.