E poichè sono a parlar di vulcani, siami concesso di ricordare come i vulcani si credessero comunemente nel medio evo luoghi di pena per le anime dannate o purganti. Parecchie leggende s'inspirarono di quella credenza; e poichè l'Etna, il Vesuvio, l'Epomeo, lo Stromboli, sono in casa nostra, parrebbe che quelle leggende dovessero essere sempre, o quasi sempre, italiane, e riferite da autori italiani. Eppure non sono; o se, quanto all'origine, sono alcune di esse italiane, non però trovano, o di rado trovano luogo in libri italiani. Gregorio Magno, romano, narra di un solitario dell'isola di Lipari, che vide precipitare nella bocca di quel vulcano il re Teodorico, dannato; ma questa novella, ripetuta poi da innumerevoli stranieri, appena trova in Italia, durante tutto il medio evo, chi la voglia ripetere. Altre leggende simili si narrano del re Dagoberto di Francia, di Bertoldo V, duca di Zäringen, di Attone, vescovo di Magonza, di altri parecchi; ma sono sempre stranieri coloro che le narrano. L'Etna è l'Inferno, o un vestibolo dell'Inferno, al quale i diavoli portano quotidianamente a volo le anime dei dannati; ma è un cronista francese del secolo XIII colui che lo afferma, Alberico delle Tre Fontane. In fondo al lago d'Averno, presso Pozzuoli, si vedono le porte di bronzo dell'Inferno, divelte e infrante da Cristo quando penetrò nel limbo; ma se tutti le vedono, chi ne parla è il già ricordato Gervasio.

Se questa litania non v'annoia troppo, io seguito un altro po' perchè non mi par che sia inutile.

In un anno del secolo undecimo che, discordando gli storici, non si sa precisamente qual fosse, avvenne nell'aurea città di Roma un caso nuovo, strano e memorabile. Un giovane patrizio, avendo il giorno stesso delle sue nozze posto in dito a una statua di Venere, per poter più liberamente giocare alla palla, l'anello nuziale, fu poi, per lunghissimo tempo, perseguitato e tribolato dall'antica dea mutata in demonio, la quale, allegando il fatto dell'anello, pretendeva di essere sua legittima sposa e di togliere il luogo all'altra. Ci volle tutta l'arte di un solennissimo mago per strappare all'intrusa l'anello indebitamente ricevuto e restituire il giovane alla libertà e a più naturali amori.

Questa novella piacque oltre modo nei due secoli che seguirono, e fu narrata da molti cronisti; ma tra i molti inglesi la più parte e frati, voi cerchereste inutilmente un italiano; o dovrò dire che a me non riuscì di scovarlo. Solo molto più tardi, in pieno secolo XVI, se ne vede fatto ricordo in un libro del piemontese Simone Majolo.

Un altro bel caso ci si offre nella leggenda di Gerberto, il quale non fu italiano, ma molti anni visse in Italia, e da ultimo fu papa in Roma, dal 999 al 1003. Non v'è dubbio che la persona e gli atti di lui dovettero stare molto a cuore agl'Italiani di quel tempo, e più particolarmente ai Romani. La leggenda narra di lui cose singolari, spaventose ed incredibili: che, essendo in Ispagna per cagion di studio, rubò a un negromante saraceno un libro magico di mirabile virtù e pregio; che fece un patto col diavolo; che fu il drudo di una diavolessa, che si faceva chiamar Meridiana, ed era, al vedere, più bella di un angiolo; che con l'ajuto, non del Cielo, ma dell'Inferno, salì tutti i gradi della ecclesiastica gerarchia, finchè s'assise, con sacrilega tracotanza, sulla cattedra di San Pietro, e fu vicario di Cristo; che essendo in Roma, penetrò per sua avvedutezza in certi sotterranei meravigliosi, ov'erano raccolti, e custoditi gelosamente, gl'immensi tesori d'Ottaviano Augusto imperatore; che sentendo prossima la sua ultima ora, rientrò in sè, si pentì, e con atroce e non più udita penitenza riscattò l'anima dalle mani dei demoni, che già gli si affollavano intorno furiosi, facendosi, vivo ancora, tagliare a pezzi. Io non so dire, e nessuno, credo, saprebbe se qualche parte di tale storia sia prima germogliata in Italia; ma gli è certo che essa si trova da prima solo in libri stranieri. I cronisti italiani non cominciarono a riferirla se non nel secolo XIV, quando già da oltre due secoli essa correva l'Europa, e i racconti loro non sono se non ripetizioni, e più spesso abbreviature dei racconti d'oltr'alpe.

Come non ricordare, dopo la leggenda di un papa, quella di una papessa, della famosa papessa Giovanna? Se si dovesse dar fede a certi manoscritti, il primo a darle lo spaccio sarebbe stato quell'Anastasio Bibliotecario, che visse in Roma nella seconda metà del secolo IX, fu abate di Santa Maria in Trastevere e scrisse certe Vite dei pontefici assai cognite agli storici di professione; ma, prima di tutto, non si conosce con sicurezza s'egli fosse italiano o greco; poi quei manoscritti sono di genuinità peggio che sospetta, e si ha buona ragione di credere che l'intera novella sia una interpolazione o aggiunta di tempi posteriori. Nacque essa in Italia? Nessuno può dirlo, e non è gran fatto probabile perchè se si trova in iscorcio in alcuni dei nostri cronisti, e se in tempi già assai tardi la narra malignamente, per disteso, il Platina, sono assai più gli storici forastieri che la raccontano, l'adornano, la commentano.

Potrei continuare un pezzo a recare altri esempi; ma quelli che ho recati mi pare che bastino a mostrare come gl'Italiani lasciassero a Francesi, a Inglesi, a Tedeschi la briga di crear leggende anche di argomento italiano, o come nemmen poi s'affrettassero, in molti casi, a ripeterle. È questo un fatto da tener presente, e che dovrò ricordare quando parlerò del rapido svanire delle leggende nel nostro paese.

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Badiamo per altro di non esagerare. Non bisogna fare maggior che non fu questa incapacità, o svogliatezza, o come altramente volete chiamarla, degl'Italiani, di creare leggende. Lasciando stare ora le molte che essi accolsero e fecero proprie, parecchie ancor ne crearono, e ragion vuole che si dica qualche cosa di queste, dopo aver detto di quelle ch'e' lasciarono creare agli altri.

Tra le più importanti (intendo delle profane) sono le leggende concernenti le origini di molte città. Queste leggende erano promosse dall'orgoglio cittadinesco, e dalla rivalità dei Comuni, che con tutti i mezzi e per tutte le vie cercavano di soperchiarsi l'un l'altro. Una origine molto antica e molto gloriosa era già di per sè un titolo di preminenza, una ragion di maggiorità. A imitazione dei Romani quasi tutti i popoli d'Europa cercarono di far risalire le origini proprie sino ai Trojani. In Italia, Padova, Pisa, Verona, Piacenza, Aquileja, Mantova, Modena, Parma, e più altre città che non vi sto a ricordare, si vantavano fondate da fuggiaschi di Troja espugnata. Alcune, di maggiore orgoglio, volevano essere più antiche, o non meno antiche di Troja, madre di Roma. Luni aveva mandato navi e genti in soccorso de' Greci, contro ai Trojani. Fiesole si gloriava d'avere avuto a fondatore Atalante, o Attalo, pronipote in quinto grado di Jafet (altri dicevano pronipote di Cam, di Saturno e di Giove) e padre di quel Dardano che poi edificò Troja; e asseriva d'essere la prima città sorta in Europa, e perciò denominata Fia sola. Ma le contrastava Ravenna, fondata da Tubal, nipote di Noè, e più ancora Roma, che sdegnando oramai le troppo recenti origini trojane, fece risalire il suo primo cominciamento a Noè, approdato dopo il diluvio in Italia, e a Giano, figliuolo di Jafet, che, in compagnia di altri, costrusse sul Palatino una città, da lui detta Gianicolo. Genova si vantava ancor essa fondata da Giano; Brescia da Ercole. Milano pretendeva d'essere stata edificata 932 anni prima della Roma di Romolo, se non di quella di Noè. Firenze, meno ambiziosa, e più ragionevole, legava i suoi principii alla guerra combattuta contro Catilina, e la edificazion propria attribuiva a cinque signori di Roma, Giulio Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Marzio, da' quali fu cinta di buone mura, guernita di buone torri, lastricata pulitamente, provveduta di acquedotti che menavano acque pure e sanissime, insignita di un Campidoglio a somiglianza di quello di Roma: e il nome gentile derivava da un nobile cittadino romano (altri dirà re), detto Fiorino, il quale fu morto in quella guerra contro lo scellerato Catilina, e anche da' molti e vaghi fiori che nascono ne' campi e sui colli in mezzo ai quali è assisa. Questa nobile istoria è narrata da' più antichi cronisti della città, e si ritrova nel così detto Libro Fiesolano, ed è ripetuta da Giovanni Villani, e da Ricordano Malespini. Costui poi vi lega, non di suo capo, credo, una novella assai romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie l'una, figliuola di Fiorino l'altra, e degli amori di Catilina e d'un centurione. Cinquecent'anni dopo, Attila (molti dicono Totila, giacchè l'uno spesso si scambia con l'altro nella leggenda) Attila, figliuolo, salvo il vero, di un cane, volendo vendicare la morte di quel buon Catilina, riedificò Fiesole e distrusse Firenze, la quale poi, a marcio dispetto de' Fiesolani, fu rifabbricata da Carlo Magno imperatore. A tutte queste favole, senza dubbio antichissime, accenna Dante là, nel quindicesimo canto del Paradiso, quando fa che Cacciaguida suo avo descriva l'antica donna fiorentina, non guasta ancora dal lusso, tutta intenta al governo della casa, ad allevare i figliuoli, e che,