traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Trojani, di Fiesole e di Roma.
Per amor di brevità non dico nulla di certe leggende araldiche e genealogiche, le quali facevano risalire la nobiltà di certe famiglie a gran cittadini e patrizii di Roma antica, o a eroi famosi del ciclo carolingio.
In parecchie città d'Italia diedero argomento a leggende gli avanzi di antichi monumenti, che ancor sussistevano a far memoria e testimonianza della romana grandezza. Com'è naturale, le più numerose e notabili sorsero intorno a quel monumento di Roma che il tempo, i Barbari, e i propri suoi cittadini non erano giunti a distruggere. Di tali furono intessuti due libri, detto l'uno Mirabilia Romæ, e Graphia aureæ urbis Romæ l'altro, i quali, nel dodicesimo, decimoterzo e decimoquarto secolo, ebbero grandissima celebrità e incredibile divulgazione. In essi, miste a tradizioni e notizie di argomento e carattere affatto religioso, trovansi molte e curiose immaginazioni risguardanti le rovine ingenti del Palatino (le quali si credeva avessero formato un solo, smisurato e magnifico palazzo), il Colosseo, il Campidoglio, il Pantheon, il Mausoleo di Adriano, mutato in Castel Sant'Angelo, altri palazzi in gran numero, e templi, e terme, e acquedotti, e ponti, e statue. Ora, sebbene parecchie, e forse molte di tali immaginazioni, possano, esse pure, avere straniera origine, ed essere state messe in corso, come par più probabile, da quegli innumerevoli pellegrini che, senza intermissione, venivano sin dalle più lontane regioni d'Europa a visitare i limina apostolorum, ciò nondimeno gli è ragionevole credere che parecchie altre avessero ad autori gli stessi Romani, o i pellegrini, non d'oltremonti, ma d'Italia. Certo si è che in parte esse già trovansi in libri di Benedetto, canonico di San Pietro, di Albino, cardinale di Santa Croce in Gerusalemme, di Cencio Camerario, che poi fu papa col nome di Onorio III, tutti italiani, e vissuti nel XII secolo, morto l'ultimo nel 1227; e che i Mirabilia furono di latino voltati in volgare già nel secolo XIII. Se s'ha a dar fede, e non v'è ragione di non dargliela, all'anonimo narratore della sua vita, Cola di Rienzo tutta la die se speculava negl'intagli de marmo li quali iaccio intorno Roma.
Gl'Italiani ebbero dai Francesi le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone; ma quelle leggende essi non si contentarono di ripetere tali e quali erano loro trasmesse. Molte alterarono in vario modo, altre esplicarono più largamente, e non poche nuove inventarono di pianta, legandole a memorie locali, a città, ad avvenimenti delle storie nostre, a particolarità del nostro paese. Orlando, che si chiamò veramente Rolando, e a cui fu da noi mutato il nome in quella foggia, diventò quasi un eroe nazionale, e quasi una leggenda nazionale la sua leggenda interminabile. Nè di leggende epiche proprie mancò in tutta l'Italia, sebbene le vicende e il corso della sua storia, e le condizioni di vita del suo popolo, nei secoli di mezzo, spieghino abbastanza la scarsità e tenuità loro. Le guerre combattute fra Longobardi e Franchi, appiè delle Alpi e sui campi di Lombardia, suscitarono alcune tradizioni epiche, di cui forse una piccola parte soltanto pervenne sino a noi, e che avrebbero potuto, qualora fossero state favorite dagli eventi, prender vigore, e moltiplicarsi, e congiungersi in epico ciclo. E ad altre leggende epiche diedero argomento, in alcune nostre città, il nome esecrato di Attila, e il ricordo terribile de' suoi fatti, le quali, sebbene non fossero, nemmen esse, di tal condizione da poter produrre rigogliose e vivaci epopee, pure non si smarrirono così presto come quelle pur ora accennate dei Longobardi, anzi durarono a lungo e si legarono (caso, ahimè, non unico, nè raro) con la storia di casa d'Este, e trovarono ancora, in pieno secolo XVII, ripetitori, rimaneggiatori e, dobbiam credere, anche lettori.
Da Attila flagellum Dei a Ponzio Pilato proconsole romano la distanza è grande; ma li ravvicina in mio servigio il fatto che c'è una leggenda al tutto italiana in cui è fatto ricordo del tristo giudice. Nel medio evo si mostrava in Roma una casa, o torre, o palazzo di Pilato, e in un racconto certamente italiano, la Cura sanitatis Tiberii, si dice che il proconsole, chiamato dall'imperatore a dar conto de' fatti suoi e della ingiusta morte di Cristo, fu imprigionato in una città di Toscana, variamente nominata, e quivi, non dandogli pace la mala coscienza e il terror del castigo, di propria mano si uccise. Non ricorderò, nemmeno di volo, le mille favole che di Pilato si narrarono nel medio evo, per tutta Europa; ma solo farò cenno di una, secondo la quale il corpo del maledetto, gettato in fiumi, o in laghi, in pozzi profondi, o sulla sommità di monti quasi inaccessibili, e trascinato d'uno in altro luogo, seppellito sotto cumuli di pietre, per tutto suscitava, con la presenza sua, spaventose procelle, e morbi micidiali, od altre calamità. Parecchi furono, e sono in Europa i monti e i laghi di Pilato, e un monte e un lago di Pilato volle avere anche l'Italia. Fazio degli Uberti ne fa un cenno nel Dittamondo; altri ne parlano più distesamente. Il monte e il lago erano presso Norcia, luogo di diabolica nominanza. Al lago, ove nuotavano, come pesci, i diavoli, ed era sommerso il corpo di Pilato, traevano da tutti i paesi i negromanti per consacrare i libri loro di magia, tanto che ci si eran dovute porre le guardie per vietarne l'accesso. Ogni anno bisognava dare in pastura a quei diavoli un condannato, senza di che avrebbero con le procelle mandato a soqquadro tutto il paese.
E legata ai monti di Norcia troviamo un'altra leggenda tutta italiana, la leggenda dell'antro della Sibilla, la quale non è improbabile che abbia suscitato la leggenda tedesca del Monte di Venere, di quel Monte di Venere entro a cui andò a perder l'anima il gentile cavaliere e poeta Tannhäuser. Andrea da Barberino, nel V libro di quel suo romanzo che, dopo cinque secoli, ha ancora in Italia innumerevoli lettori, e tutti gli anni si ristampa, e sembra, senza suo merito, destinato all'immortalità, voglio dire il Guerin Meschino, parla molto diffusamente delle meraviglie dell'antro, e molti altri ne parlano dopo di lui. Nell'interno del monte era un amoroso regno, pien di letizia, e d'ogni vaghezza di cose naturali o artifiziate: campi d'impareggiabile amenità, giardini che non avevano i simili in terra, palazzi d'inaudita ricchezza, sfolgoranti d'oro e di gemme. Regina del luogo era la Sibilla, che in ristampe più recenti si mutò nell'Alcina dell'Ariosto, adorna d'ogni bellezza e leggiadria, servita da schiere di avvenentissime donzelle, e da un popolo di cavalieri e valenti uomini, quivi trattenuti dall'amore di lei, e per sempre, o per alcun tempo soltanto, spogliati della libertà. I giorni e gli anni si consumavano giojosamente, banchettando, amoreggiando, fra musiche e danze e sollazzi d'ogni maniera; ma tutte le settimane, al sopravvenir del sabato, la regina e i soggetti suoi si trasformavano in draghi, in serpi, in basilischi e in altre specie di rettili.
Altre leggende potrei venire ricordando, nate in Italia, o nel formar le quali ebbero gl'Italiani non piccola parte. Italiana è la leggenda di quello stretto parente spirituale dell'Ebreo errante, chiamato, con nome tolto agli Evangeli, Malco, il quale avendo dato a Cristo uno schiaffo con un guanto di ferro, fu condannato a girar senza posa in un sotterraneo, intorno a una colonna, fino al giorno dell'Universale Giudizio. A forza di camminar tutto il dì e tutta la notte, per secoli e secoli, egli ha scavato un solco profondo nel pavimento di pietra. Talvolta, sopraffatto dalla disperazione e dal tedio, ei s'avventa col capo contro quella colonna, ma non riesce a tòrsi la vita, lasciatagli in punizione. L'Ebreo Errante, che, se non altro, può correre a suo talento il vasto mondo, è assai meno infelice di lui. E gl'Italiani collaborarono in modo notabile alla leggenda di Maometto, la quale, per ragioni facili a intendere, fu una delle maggiori del medio evo, e diffusissima per tutta Europa; e così ancora collaborarono alla leggenda di quel Prete Gianni, che governava nell'India remota, e poi nel cuore dell'Africa, un vastissimo impero cristiano, pieno di meraviglie, e aveva tanti tesori quanti gli storici e i viaggiatori non ne potevan descrivere, e di cui leggevansi in tutte le lingue d'Europa, l'epistole scritte a papi, a re, a imperatori. In sul principiare del secolo XVI, o poco innanzi, Giuliano Dati fiorentino scriveva ancora della magnificenza di lui un poemetto in ottava rima, e Lodovico Ariosto lo introduceva, sotto il nome di Senapo, nell'Orlando Furioso.
Durante tutto il secolo XIV vi furono in Italia scrittori e ripetitori di leggende. Crescono allora di numero, si variano di colore e di profumo, que' Fioretti di San Francesco, che, dopo avere innamorate di sè tante anime pie, innamorarono pure tanti studiosi di nostra lingua; e nasce la leggenda di Santa Caterina da Siena. Nel secolo precedente, un domenicano, che fu vescovo di Genova, Giacomo da Voragine, aveva raccolto in un libro latino, divenuto presto famoso, e intitolato Legenda aurea, una gran quantità di leggende di santi, attingendo con ingenua e dilettosa credulità a fonti disparatissime; nel secolo XIV molte di quelle, e altre assai, similmente latine, si recano in volgare, si mettono talvolta in versi; e recansi in volgare, non si può dire con sicurezza da chi, le antiche Vite dei Santi Padri nel Deserto. I predicatori, dal pulpito, confortano con esempi tratti da leggende gli ammaestramenti loro, sebbene non con la frequenza e copia che si veggono usate dai predicatori d'oltremonte. Gli scrittori ascetici spargono di leggende, intese a edificare o intimorire gli animi, i loro scritti. Parecchie, alcune delle quali assai notabili, se ne leggono nello Specchio di vera penitenza di Frate Jacopo Passavanti, e parecchie nelle opere di Fra Domenico Cavalca. Nel Fiore di Virtù, opera di uno sconosciuto, trovansi mescolate ad alcune, che più propriamente si direbber novelle, alquante leggende. Altri libri di quel tempo, come il Fiore de' filosofi, il Fiore della Bibbia, il Fioretto di cronache degl'imperadori, il Fiore d'Italia di Frate Guido da Pisa, la Fiorita di Armannino Giudice, il Libro imperiale, il Libro dei Sette Savii, son pieni di varie leggende; e qualcuna pur se ne trova in quel fastidioso romanzo ch'è l'Avventuroso Ciciliano attribuito a Busone da Gubbio, e molte ne riferisce succintamente, in quel suo fastidioso poema del Dittamondo, Fazio degli Uberti.