Il diavolo che tanta briga diede nel medio evo, ne diede agl'Italiani, parlando in generale, assai meno che ad altri popoli cristiani, e non ingombrò così fieramente gli animi qua come fece altrove, nè li empiè di tante immaginazioni e di tanti terrori; e noi non abbiamo, nella letteratura nostra, libri che possano fare degna accompagnatura ai molti stranieri, ove non d'altro quasi si parla che della sua tristizia, male arti e scellerate imprese, e dei modi che tiene in conciare chi gli capita finalmente tra l'ugne. Ma non mancano nemmeno da noi le leggende diaboliche, e un nostro monaco agostiniano, che visse gli anni suoi migliori nel secolo XIV e morì nel susseguente, Fra Filippo da Siena, ne raccolse parecchie, insieme con più altre di vario argomento, in certo suo libro cui pose titolo Gli assempri. Quivi si legge di mali cavalieri, e di pessimi religiosi, e di usurai, e di mercanti, e di giocatori, portati via dai diavoli, quando in anima soltanto, e quando in anima e in corpo, e talvolta strozzati; e di diavoli infelloniti, che invasero una chiesa dov'era stato seppellito un malvagio uomo, e la empierono di romore e di tempesta, “e quando parevano cavalieri che giostrassero, e quando parevano uomini che combattessero con le spade in mano, e quando parevano animagli ferocissimi che rabbiosamente con mughi dolorosi s'accapegliassero insieme„, tanto che fu forza disseppellire quel maledetto corpo, e trarlo di chiesa, e interrarlo nell'orto, dopo di che s'ebbe pace. E quivi ancora si legge la paurosa istoria di una nobil donna sanese, molto vaga di sua bellezza, e dello adornarsi, la quale lisciata e acconcia una volta dal diavolo, apparsole in sembianza di cameriera, diventò così scura nel volto che nessuno la poteva guardare senza tramortire dallo spavento, e colta da una febbre continua, senza più potersi riavere, in tre dì venne a morte: e la storia di due genitori mal consigliati, i quali, avendo un loro figliuolo ammalato, permisero, per farlo guarire, che una pessima incantatrice l'offrisse al diavolo: e la storia di un soldato tedesco in Lombardia, ch'ebbe in prestito dal diavolo tremila fiorini d'oro, e non potendoli rendere in capo di tre anni, com'era il patto, fu vivo vivo portato via dal suo creditore all'Inferno; e la storia d'un altro soldato tedesco, il quale, per avere dal diavolo certa quantità di denari, gli cedette una sua figliuola, bellissima e di ottimi costumi, che poi fu salva, e il padre similmente, mercè l'ajuto della Vergine Maria.
Moltiplicavano in pari tempo, a cura di altre anime devote, i Miracoli della Vergine, e moltiplicavano i contrasti fra Cristo e Satana, fra Satana e Maria; e il celebre giureconsulto Bartolo da Sassoferrato dettava in latino un Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo fra la Vergine Maria da una parte e il diavolo dall'altra.
Andarono ancora moltiplicando in quel secolo le storie e le novelle cavalleresche, quali in prosa e quali in verso. I così detti Cantari, fattura di poeti popolari, tennero viva fra il popolo la memoria degli eroi di Francia e di Brettagna e di Grecia e di Roma: divulgarono i casi d'innamorati celebri, e avventure romanzesche di più maniere. Antonio Pucci, fiorentino, che di fonditor di campane diventò banditor del Comune, ebbe a comporne parecchi. L'istoria di Apollonio di Tiro, L'istoria della Reina d'Oriente, Madonna Lionessa, il Gismirante, e fors'altri ancora. Il già ricordato Andrea da Barberino rinarrò nel volgar nostro più storie romanzesche francesi, e narrò, non sappiamo se traendola dal suo capo, o d'altronde, la storia, pur ora da me nominata, di quel Guerin Meschino, che distrusse in guerra tanti Turchi e Saracini, liberò tante città assediate, soccorse tante regine strette da' nemici, e viaggiò le più remote contrade della terra, popolate di mostri, e scese, oltrechè nell'antro della Sibilla, anche nel Pozzo di San Patrizio, e nel fondo dell'Inferno, e ritrovò dopo molt'anni e infiniti travagli, i genitori, da' quali era stato separato bambino.
Appare da quanto sono venuto dicendo che gl'Italiani ebbero, contrariamente alla opinione di molti, una letteratura leggendaria abbastanza copiosa e abbastanza variata; ma rimane pur sempre vero che quella letteratura può dirsi scarsa a paragone di altre, pur leggendarie e che per molta parte essa è formata di elementi non nostri. Ora le ragioni di tale scarsezza sono in sostanza quelle stesse le quali fan sì che le leggende, sieno sacre, sieno profane, dileguino dalla coscienza e dalla letteratura nostra un pezzo prima che dalla coscienza e dalla letteratura di altri popoli d'Europa. Le leggende già impallidiscono nel cielo d'Italia, e già tramontano, mentre in altri cieli sono ancora assai alte e brillano di tutto il loro prestigioso splendore. Nè poteva avvenire diversamente. Quelle medesime cause, alcune più prossime, altre più remote, le quali dovevano, in Italia, prima che altrove, condurre alla nuova coltura dell'umanesimo, iniziare il Rinascimento, mutare le condizioni del pensiero e della vita, dovevano pure contrastare a una produzione di leggende molto copiosa, e sollecitare la sparizione di quelle che s'erano venute via via producendo. L'umanesimo, contraddistinto, sino da' suoi principii, da un nuovo spirito di esame e di critica, avversa, insieme con molte altre cose della precedente età, anche le leggende, nate di credulità e di errore. E notisi che le leggende ascetiche, le quali sono tanta parte delle leggende medievali, in Italia malamente potevano allignare; non solo perchè la qualità del nostro cielo, e la natura delle nostre contrade, e l'indole del nostro popolo, non si accordano con ciò che in molte di esse è di tetro e di terribile; ma ancora perchè col carattere loro più consueto non si accorda, generalmente parlando, la qualità del nostro sentimento religioso, il quale non è, di sua natura, troppo contemplativo o fantastico, e piuttosto che perdersi dietro alle vane immaginazioni, tende alle utili riforme, e di rado si fa cupo e doloroso. Le Danze macabre, o Danze della Morte, una delle più fosche e terribili creazioni dell'ascetica fantasia, ebbero in Italia pochissimo favore. San Francesco, che raccomandava a' suoi seguaci la giocondità e la serenità dell'anima, e la piena affidanza in Dio Padre e in Cristo Salvatore, non poteva essere gran fatto amico delle paurose visioni e delle innumerevoli leggende infernali e diaboliche.
Se molte leggende sono ancor vive in Italia nel secolo XIV, sono pur molti i segni dell'affievolirsi loro e della prossima sparizione.
I cronisti nostri non furono in nessun tempo così vaghi di finzioni come quelli d'oltralpe, e nei libri loro i cercatori e gli studiosi di leggende poco trovano da raccogliere. Noi non abbiam nulla che possa, per questo rispetto, stare a paragone delle Cronache di Elinando, di Vincenzo Bellovacense, di Guglielmo di Malmesbury, e di molte altre, francesi, inglesi, tedesche. Nel secolo di cui discorriamo c'è ancora qualche cronista favoloso, come Bonamente Aliprando e Giacomo da Acqui; ma è nata oramai la storia vera; e sebbene il Machiavelli e il Guicciardini sieno lontani ancora, pure già si scorgono i segni di quello spirito pratico e indagatore che sarà il loro spirito. A poco a poco la storia distoglie l'occhio dal mondo di là, e lo fissa sul mondo di qua, e comincia a penetrare il segreto delle umane vicende, e a discernere le forze che le promuovono, e a intendere le leggi che le governano. Giovanni Villani non manca di religione, e crede ai segni e ai portenti che prenunziano l'avvenire; ma il suo spirito non corre, di solito, dietro ai fantasmi; anzi è tutto volto alla sua città, al suo popolo. Egli s'industria di mostrare altrui il modo e le ragioni del loro crescere e del loro scadere: studia il meccanismo di quel mutabile reggimento, rileva e descrive le congegnature della pubblica vita, specifica le entrate e le spese, forma il bilancio, accerta il debito pubblico, osserva il moto della popolazione, narra rovesci economici, enumera le arti e le industrie, ragionando di lor condizioni; pone, come giustamente fu detto, i fondamenti della statistica. Qua e là, nel corso della lunga e minuta sua narrazione, riferisce qualche rara leggenda, come quelle già ricordate delle origini di Fiesole e di Firenze, o quella di Gog e Magog, e alcuni miracoli accaduti a' suoi dì; ma le favole non trovano in lui facile credenza; e quando viene a discorrere, in principio del terzo libro, di quell'antico simulacro di Marte che i Fiorentini credevano essere presidio della loro città, e che dopo esser rimasto sommerso in Arno più secoli, fu posto, al tempo di Carlo Magno, su una pila, ove ora è Ponte Vecchio, egli dice risolutamente: “grande simplicità mi pare a credere, che una sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma vulgarmente si dicea per li antichi, che mutandola convenia che la città avesse mutazione„. E come avrebbe potuto avere l'animo inclinato alle favole quel Dino Compagni, cui lo spettacolo della città partita empieva di così vivo rammarico e di così generoso sdegno, e che in procacciar la concordia de' male avvisati cittadini spendeva tutto sè stesso? La turbolenza e il periglio continuo della vita reale nelle città nostre, le passioni prosciolte e gl'interessi molteplici in contrasto, dovevano distogliere di necessità le menti dalle finzioni e dai sogni. E già nella coscienza degli uomini meno colti certi temi tradizionali di visione o di leggenda venivano rimettendo alquanto del loro carattere pauroso, e si piegavano a interpretazioni e a propositi che dovevano a poco a poco alterarne profondamente lo spirito. Narra lo stesso Giovanni Villani che nel maggio del 1304, essendo in Firenze il Cardinal da Prato, con buona speranza di metter pace fra i cittadini, si fecero le compagnie e le brigate de' sollazzi, in più parti della città, a gara l'una contrada dell'altra, e quei di Borgo San Friano, i quali avevano per antica usanza di fare più nuovi e diversi giuochi, si mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo dovesse essere il dì di calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno. E fecero di palchi, sopra barche, una immagine dell'Inferno, piena di diavoli, e di anime dannate, e di fuochi, e di varie qualità di tormenti, sicchè parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. Al quale nuovo giuoco trasse sì grande quantità di popolo, che, sfasciatosi il ponte, il quale era ancora di legname, molti annegarono, molti rimasero guasti della persona, di modo che, nota lo storico, il giuoco da beffe tornò a vero.
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I gran moti religiosi dei due secoli precedenti, dei due secoli che avevano veduto Gioachino di Fiora, e le torme dei flagellanti, e gli apostoli dell'Evangelo eterno, s'erano andati a mano a mano chetando. Nasceva Caterina da Siena; ma l'opera di san Francesco isteriliva; e uno spirito laico, indocile ed irrequieto si diffondeva allo intorno e sormontava. Era nato in alcuni spiriti il concetto di una scienza autonoma, libera de' suoi movimenti; di una verità procacciata direttamente col mezzo della osservazione e della ragione, e tolta alla perigliosa comunanza delle credenze indiscusse, delle immaginazioni e delle favole. Già Federico II, grande avversario della Chiesa, cinto di dotti, avido di sapere era stato sperimentatore appassionato, e talvolta, feroce. Quel malavventurato di Cecco d'Ascoli, che qua in Firenze finì la vita sul rogo, e di cui la leggenda ebbe a narrare, indi a poco, un patto stretto col demonio e l'inganno sofferto, rimproverando a Dante le meraviglie e i miracoli della Commedia esclamava nell'Acerba:
Qui non se canta al modo del poeta
Che finge emmaginando cose vane