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Qui non si sogna per la selva obscura

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Lasso le ciance torno su nel vero:

Le favole me fo sempre inimiche.

Parole che molto dicono e più lasciano intendere.

Che alle leggende, più specialmente se ascetiche, dovessero poi essere avversi, in particolar modo, gl'increduli, dirò così, di professione, come Guido Cavalcanti (se di lui si sa il vero), e i seguaci di quella setta degli Epicurei, ricordata da Fra Salimbene e da Dante, alla quale aveva appartenuto Federico II, e, stando al giudizio di alcuno, anche Manfredi; setta che negava, in sua dottrina, la immortalità dell'anima; s'intende facilmente, come pure s'intende che non dovessero troppo curarsene i compagni di certe brigate sollazzevoli, sorte nelle città prosperose, arricchite dai commerci e dalle industrie, quali erano que' giovani della brigata spendereccia in Siena, che, messe in denaro tutte quasi le loro sostanze, e fattone un cumulo di dugentomila ducati, in termine di venti mesi li ebbero consumati, e rimasero poveri. I nostri viaggiatori esploravano intanto le più remote regioni dell'Asia, e vedevano dileguarsi dinanzi agli occhi le infinite meraviglie di cui già la fantasia degli antichi le avea popolate, sebbene non lasciassero di riferirne qualcuna. Marco Polo è un osservatore di prim'ordine, che studia i costumi delle genti da lui visitate, intende le ragioni della prosperità o dello scadimento degli Stati, descrive le merci ed i traffici e non bada, o di rado bada, a leggende e a portenti.

Francesco Petrarca fu detto il primo dei moderni, l'iniziatore dell'evo moderno, e non senza verità, sebbene non senza esagerazione. Meno che per la fede, e per l'indole del sentimento religioso, si può dire che per tutto il resto egli sia in contraddizione col medio evo, da cui esce, e che sembra chiudersi dietro di lui. Il suo è uno spirito di poeta e di critico al tempo stesso. Egli non serve nè all'autorità, nè alla tradizione, sebbene non manchi verso di esse del dovuto rispetto. Nessun uomo, in tutto il secolo, è più spregiudicato, più libero di mente di lui. La fede non uccide, nè comprime in lui la ragione, che si rafforza del sapere. Miracolo quasi unico, non pure in quel tempo, ma in tutti i tempi, egli è, quasi affatto, scevro di superstizioni. Deride l'astrologia, e ai sogni non crede, sebbene di due ch'egli ebbe narri i fatti esser seguiti poi come da quelli eragli stato mòstro. Quando il certosino Gioachino Ciani, in nome di un suo compagno di convento, poc'anzi morto in odore di santità, ammonì il Boccaccio che si ravvedesse, e facesse ammenda de' suoi trascorsi, se non voleva morire in breve, fu il Petrarca quegli che confortò l'autore del Decamerone, tutto sgomento di quella minaccia, e lo esortò a non darvi fede così alla leggiera, perchè poteva ben esserci inganno sotto.

Si capisce come il Petrarca, con tale indole e qualità d'ingegno, non dovesse essere troppo corrivo in accettare leggende; anzi dovesse averle piuttosto in dispregio, o cercare di trarne fuori, con l'ajuto della critica, quel tanto di verità che potessero contenere. E di ciò fanno prova gli scritti suoi. Nel libro secondo del trattato Della vita solitaria, egli riferisce parecchie leggende di santi; ma non senza esprimere alcuna volta un dubbio sulla loro veracità, o accennare a contraddizioni o ad errori. In una delle sue lettere familiari, scritta a Francesco, priore dei Santi Apostoli, egli narra come trovandosi un giorno nel convento di San Simpliciano, presso Milano, gli fu fatta vedere da que' monaci una Vita di esso santo, piena di cose alterate e di confusione, e va in collera contro lo scrittore di essa, e la vita del santo narra poi egli stesso sommariamente, in modo conforme a verità. In altra lettera sua, ch'è pure tra le familiari, scritta al cardinale Giovanni Colonna, abbiamo un altro esempio che merita d'essere ricordato. Nella città di Aquisgrana, dove capitò durante una delle molte sue peregrinazioni, egli udì narrare ai preti di quella cattedrale una strana novella. Carlo Magno s'era così perdutamente innamorato di una donna di bassa condizione, che non si scostava più un'ora da lei, e per lei trascurava i più gravi negozii dello Stato. Accadde che questa donna infermò e morì; ma non perciò mancò la passione dell'imperatore, il quale, come affascinato, continuò ad amare quel corpo senza vita, da cui più non voleva staccarsi. Una rivelazione del cielo fece avvisato di qualche frode un vescovo, il quale, approfittando di una breve assenza dell'imperatore, esaminò il corpo, e trovato sotto la lingua un anello magico, ch'era cagione del fascino, lo tolse. Incontanente Carlo cessò d'amare la morta, ma prese ad amare il buon vescovo, il quale non poteva più muover passo senz'averlo alle calcagna. Questi per liberare l'imperatore e sè stesso, e prevenire guai maggiori che avrebbero potuto succedere, gettò l'anello in un lago presso Aquisgrana; ma l'imperatore allora s'invaghì di quel lago, per modo che più non volle partirsene, e in Aquisgrana fermò la sua residenza, e quivi ordinò che i successori suoi fossero incoronati. Il Petrarca rinarra la novella, che dice d'aver poi anche letto in alcuno scrittore, ma non vi dà nessuna fede. La chiama una favoletta non ispiacevole; ricorda altre favole soggiunte da que' preti, le quali egli, nè può credere vere, nè stima che si debban ripetere; e da ultimo chiede scusa all'amico, se non potendo formar la sua lettera di cose serie, la formò di fanfaluche. Quella favoletta, che in più diversi modi trovasi riferita da scrittori del medio evo, vive ancora in Aquisgrana, nella tradizion popolare.

Che il Petrarca, primo degli umanisti e studiosissimo dell'antichità romana, non potesse credere le molte favole ch'erano corse, e ancora correvano, intorno a parecchi dei grandi scrittori latini, è cosa che non parrà strana a nessuno. Richiesto una volta da re Roberto di Napoli che cosa ei pensasse della magìa di Virgilio, rispose risolutamente avere il tutto in conto di favola inetta e di sogno.