Io non dirò col Settembrini che dal Boccaccio abbia principio un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo; nè col De Sanctis che dal Boccaccio abbia principio a dirittura un nuovo mondo; ma bene dirò che l'autor del Decamerone fu uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie del soprannaturale. In alcune parti egli vince, quanto a libertà di spirito, almeno negli anni suoi migliori, lo stesso Petrarca. Chiunque abbia letto il Decamerone può farne fede. L'inclinazione che il Petrarca ebbe naturalmente all'ascetismo egli non ebbe mai, nemmeno in vecchiezza, dopo che si fu ravveduto e pentito. Ebbe, gli è vero, alcune superstizioni, ma le più in sul tardi, quando già era molto mutato da quel di prima, e col vigor della mente gli si era scemata l'antica baldanza. Da giovane credette un po' ai sogni; ma quante più son le cose alle quali le sue novelle mostrano ch'ei non credette punto! Non credette alle virtù mirabili delle pietre preziose, di cui tanti, a cominciar dagli antichi, avevano scritto, e a cui non pochi dovevano credere ancora dopo di lui, tra gli altri Marsilio Ficino e Giambattista Porta; non credette alle malìe e agl'incanti; non ai fantasmi; perchè non si ride, così com'ei fa, delle cose cui si crede; e in materia d'amore, egli che ne fu intendentissimo, non ebbe fede alcuna nei filtri e nei brevi magici, ma solo nella gioventù, nella bellezza e nella grazia. E chi più di lui, e meglio di lui, derise i falsi santi, le false reliquie, i falsi miracoli, temi consueti di tante leggende? E chi lo agguagliò nel mettere in canzone le astinenze, le macerazioni e la santa vita di certi anacoreti? Veggasi l'uso che nella novella di Rinaldo d'Asti egli fa di una leggenda celebratissima, non meno divulgata in Italia che fuori, la leggenda di san Giuliano lo Spedaliere. E non è forse la novella di Ferondo, che vivo vivo fu messo in purgatorio, una satira delle visioni e dei viaggi nel mondo di là? e la novella di quel Tingoccio Mini, che si lasciò vedere, dopo morto, al compagno, una canzonatura delle apparizioni? e la novella di Maestro Simone che volle esser fatto della brigata che andava in corso, una salatissima parodia di tutti gli stregamenti, di tutti gl'incantesimi, di tutte le diavolerie? Ma dove forse il Boccaccio mostra più aperto il modo suo di sentire e di pensare rispetto alle leggende, si è nella novella di Nastagio degli Onesti, la quale essendo in origine, come tuttavia può vedersi nei racconti di Elinando e del Passavanti, una delle più fosche leggende ascetiche del medio evo, diventa sotto la penna dell'innamorato novellatore una storia molto profana, da cui si tragge questa curiosa e memorabile moralità, che chi si mostra duro e sconoscente in amore convien che paghi poi l'error suo, nel mondo di là, con atroci castighi.
E gli altri novellieri di quel secolo, venuti dopo il Boccaccio? Franco Sacchetti non ha neppure una leggenda mista alle sue novelle. Ser Giovanni Fiorentino ne reca alcune, perchè, pur di dar modo di cicalare a quella sua coppia scipita d'innamorati, e' toglie ciò che gli viene alle mani. Ser Giovanni Sercambi ne narra parecchie; alcune profane, quali son quelle degl'inganni fatti da donne a Virgilio e ad Aristotele; altre devote, come quelle del Re Superbo, e quella di un conte di Francia, che fece un patto col diavolo, e fu portato per aria all'Inferno. Ma non si capisce se egli, che è di tutti i novellieri italiani senza paragone il più laido, e ruba al Boccaccio la novella di Rinaldo d'Asti e l'altra di Ferondo, parli proprio sul serio, quando narra di un conte di Brustola, che, soccorso dalla Vergine, di cui era devoto, potè scampare dalle mani del diavolo, e riferisce un colloquio in versi che un ebreo di Roma, il quale poi si convertì, ebbe in una chiesa con una immagine della Madonna; giunti poi a certa novella ove racconta del modo tenuto da san Martino per punire un prete disonesto, e tutelare l'onor di un marito, ciò che sopratutto si capisce si è che il tempo delle pie leggende è passato per sempre.
E non delle pie soltanto è passato il tempo. L'umanesimo vien premendo e ributtando anche le profane, e più specialmente quelle che avevano argomento da persone, cose e fatti dell'antichità classica. L'antichità, che durante il medio evo era rimasta come velata agli occhi degli uomini, ora comincia a disvelarsi, a lasciarsi vedere qual fu veramente. Le favole nate da ammirativa ignoranza, o da terrore, a poco a poco dileguano. Gli eroi, i re, gl'imperatori, i poeti, i filosofi depongono le maschere e le bizzarre vesti della finzione, e racquistano a mano a mano l'antica figura. Le sacre mura di Roma scuoton da sè quella rigogliosa vegetazion di leggende ch'era loro cresciuta addosso. I Mirabilia non si perdono, ma si trasformano. La rinascente dottrina li penetra a grado a grado, e li purga di quelle favole secolari ond'eran pieni: ed ecco venir fuori a lungo andare certi Mirabilia nuovi, che con gli antichi non hanno quasi più nulla di comune. Verso il mezzo del secolo XIV (per quanto si può congetturare) uno scrittore della Curia Romana, e canonico di Santa Maria Rotonda, Giovanni Cavallino de' Cerroni, componeva in latino un libro intitolato Polyhistoria, il quale è, più che altro, un trattato d'antichità romane e, insieme, una descrizione di Roma. L'autore conosceva la Graphia, e senza dubbio anche i Mirabilia, ma di quelle favole non introduce nel suo libro se non pochissime, sebbene nol chiuda ad altre fantasticherie. Nasceva l'archeologia scientifica, e già non erano lontani Poggio Bracciolini e Flavio Biondo.
Tutto volto all'antichità, innamorato dell'arte antica e pieno ormai del suo spirito, l'umanesimo avversa ancora quell'epiche leggende, che, maturate nella oscurità e nella confusione dei tempi di mezzo, porgevano materia a indigesti romanzi in prosa e a popolareschi cantari, composti senz'arte e nudi d'ogni eleganza. Dante aveva giudicate bellissime le favole del ciclo di Artù; ma il Petrarca, che, quando volle fare un poema epico, andò a cercarne il soggetto nelle istorie di Roma antica, il Petrarca ne parla con manifesto disprezzo, non nato di sole ragioni morali, quando, descrivendo in uno de' suoi Trionfi la lunga processione de' prigionieri d'amore, fa che il misterioso amico che lo ammaestra prorompa in quelle parole:
Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,
Onde convien che 'l vulgo errante agogni.
E con manifesto disprezzo accenna ai rozzi cantari Franco Sacchetti, quando, narrata quella novella del fabbro che cantando, come si canta uno cantare, alcun pezzo del poema di Dante, ne tramestava e sconciava i versi, onde il poeta, per castigarlo, gli buttò sulla via tutti i ferri e gli arnesi che aveva in bottega, soggiunge: “Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavorio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto, e lasciò stare il Dante.„ Ormai le vecchie leggende epiche avevano smarrito il vero e proprio carattere di leggende, e divenivano una materia tutta mobile e fantastica, senza radici nella credenza e nel sentimento, e preparata a trasformarsi in pura materia d'arte e, all'occorrenza, di beffa. Pochi anni ancora, e nascerà, qua in Firenze, Luigi Pulci.
Ecco principia nuovo secolo, appar nuovo dì, e le leggende tramontano. Tramontano le colorite leggende che avevano constellato il nostro cielo, e illuminate di fantastica luce, per lungo volger di tempi, le vie della vita, e penetrate le anime dei loro influssi, e scaldatele del loro calore. Tramontano, ma non si spengono. Come astri dilungatisi nelle profondità dello spazio, esse brillano ora in più recondite plaghe. Gli occhi delle moltitudini più non le scorgono; ma le scorgono i dotti; e figgendo in esse lo sguardo e la mente scrutano e intendono nel lume e nella natura loro non piccola parte della vita che fu, non piccola parte della grande e immortale anima della umanità.