DI
DIEGO MARTELLI

Donne gentili, cavalieri cortesi,

Fra le grandi scoperte di questo secolo ne è stata fatta una che si attaglia meravigliosamente al caso mio. Questa scoperta consiste nel pensare, come dall'alto di una piramide, si vedono le cose in modo assolutamente diverso da quando, dalla base si guarda di sotto in su. Difatti, ora che io mi trovo appollaiato su questo pinnacolo, sento tutta la responsabilità dell'opera, alla quale mi sono accinto; opera che mi pareva possibile quando ero alla base della piramide summentovata. Ora mi accorgo della pochezza mia, specialmente riflettendo agli illustri uomini che mi hanno preceduto, ed agli illustri che dovranno venire dopo di me. Io mi paragono ad un povero cantastorie orecchiante, ad uno zufolatore qualunque, messo al confronto dei più egregi contrappuntisti, dei divini strumenti di Paganini e di Sivori; piaccia alla bontà vostra che questo zufolo rusticano, non debba far la fine delli zufoli di montagna.

Dovendo dire dei grandi artisti, che nei primordi del risorgimento italico illustrarono e Pisa patria loro, e l'Italia tutta, io credo che si debba tornare, per così dire, un passo addietro, e mettersi bene in mente la situazione artistica, nella quale si trovava la società quando essi sorsero, ed i fatti che li precedettero. Per questa ragione mi sono domandato, se quello che usiamo chiamare bizantinismo — parola che sta a rappresentare il disprezzo delle generazioni successive e più colte, per un'epoca di ignoranza e di barbarie — sia veramente un epiteto che torni a capello, e sia per conseguenza una storica verità.

Io francamente non lo credo. Quando un mondo intiero si rinnuova, è quasi una necessità psichica quella di dimenticare le vecchie pratiche, e le vecchie teorie. Mercè lo impulso di certe dottrine e di certi sentimenti dell'anima, nasce, fiorisce e si sviluppa una certa arte. Quando questa ha percorso il suo ciclo, quando, a tempi maturi e maturati, succedono albori e risorgimenti, generati da nuove idee, e più potenti di quelle antiche, necessariamente bisogna, per un certo tempo, dimenticare il vecchio, ricostruire una verginità dell'anima, e trovare forme inusitate che con le antiche non abbiano nulla che vedere. Se penso ai monumenti insigni della epoca bizantina, ai monumenti del quinto o sesto secolo, alla Santa Sofia di Costantinopoli, al San Vitale di Ravenna, al San Clemente di Roma, e cerco in quella età, così poco nota, così poco studiata, di raccorre tutti gli elementi che mi possono dare una idea della potenza intellettiva di quel tempo, io dalla meraviglia sono indotto a credere che il bizantinismo non significhi un'epoca di barbarie, ma piuttosto un'epoca di grandi e splendidi orizzonti, un'epoca eminentemente artistica.

Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice, vedrete in quelle miniature, nelle quali manca affatto la bella arte della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle pagine era un artista, ed un artista potente.

Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.

Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia, e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende, fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad abbandonarla, sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.

Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa, prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel 1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia, e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.

Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento, trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma di numero e di prospettiva. Si credeva e si riteneva, in que' tempi, quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza, dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.