Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.

Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo, nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo, la grande primaziale di Pisa.

Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo, come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.

Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla sagacia con la quale seppe trovare gli ingegni, difficilissimi per quei tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.

Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però, se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.

Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa, poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi empori del Mediterraneo d'allora.

Grande ammiraglio della flotta pisana, non solo, ma anche di tutta la flotta della terza crociata, era lo arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi; nè sembri strano che l'arcivescovo comandasse codesta spedizione, poichè siamo appunto nell'epoca la quale coincide con quel risveglio della latinità, che ebbe pei primi rappresentanti i vescovi, a quel momento della nostra storia che Giuseppe Ferrari chiama rivoluzione dei vescovi, la quale precede la rivoluzione dei consoli. Ebbene, questo fiero arcivescovo, giunto alle coste della Palestina e sbarcato, seguitò gli eserciti di terra comandati, come sapete, da Barbarossa, da Riccardo Cuor di Leone, e da Filippo Augusto re di Francia, e sul Calvario pose la sua tenda. In quel luogo santo per la memoria del Redentore, ebbe una artistica e religiosa idea, pensò che le sue navi eran da tanto che avrebbero potuto trasportare in patria quanta di questa santa terra fosse stata necessaria, perchè i Pisani potessero riposare in quella il sonno della morte custoditi come da una preziosa reliquia.

Alla idea tenne dietro e pronta l'esecuzione; furon caricati i navigli onerari della flotta pisana; nè poco potenti dovevano essere se si accinsero a tanta impresa; e la terra che fu bagnata dal sangue del Giusto fu trasportata nel Camposanto di Pisa.

Reliquia così grande e così singolare doveva essere per certo custodita con molta cura; ed infatti ad un grande artista capitò la fortuna di eseguire la bella commissione, e la santa reliquia ebbe pure la fortuna di trovare un artista degno di lei; per cui nacque l'occasione di uno dei più bei monumenti che mai si potessero immaginare. Infatti se, conosciutene le origini, pensate al Camposanto di Pisa, opera di Giovanni di Niccola Pisano, voi probabilmente sarete con me nel convenire che quel Camposanto ha veramente la forma di un cofano. Ricordatevi dei cofani preziosi lavorati nel tredicesimo secolo, rammentatevi la forma oblunga e semplice del Camposanto pisano, la intonazione di quelle mura rivestite di verrucano, simile all'avorio ingiallito, e troverete che veramente all'esterno esso è tutto semplicità, è come una cassetta nella quale è stato posto questo grande gioiello. All'interno invece il monumento si sviluppa in vaghissimi loggiati; la gemma che si voleva custodire, che si voleva onorare come santo ricordo, non doveva avere esteriorità, era cosa intima, era dell'anima; perchè il sacrato costituito dal rettangolo della terra portata dalla Palestina sta esposto al sole ed ivi fioriscono le primavere, nè ha tettoia come l'hanno i loggiati che lo inghirlandano. In codesto esempio di architettura, come nella loggia dell'Orsanmichele di Firenze, vediamo già gli archi tondi, combinati con parecchie curve che formano l'ogiva; caratteristica specialissima dell'architettura pisana, ed anche in parte dell'architettura fiorentina; la quale non ha mai il sesto acuto gotico schietto ma sempre addolcito e modificato.