Questi i principali architetti ed i più illustri; insieme ad essi Bonanno, autore del campanile, che lavora insieme con Guglielmo d'Innspruck, frate domenicano.
Io non ho tempo nè voglia di farvi dettagli minuti su ciò che vi ho descritto; si possono citare dei passi di uno scrittore, le opere d'arte bisogna vederle.
Accanto a questi artefici delle grandi masse e delle grandi linee, riesciti perfetti, ci sono gli artisti del pennello e dello scalpello e quindi i grandi nomi di Giunta da Pisa, di Niccola Pisano, di Giovanni suo figlio, di Andrea da Pontedera, di Nino di Tommaso figlio di Andrea. Questi sono, ed è naturale, i più conosciuti. Però per quanto si sappia e si creda che il Giunta, amico com'era di frate Elia edificatore del San Francesco di Assisi, certamente vi dipingesse, ciononostante per la gelosia de' Fiorentini, che volle a Pisa togliere ogni gloria in un certo tempo, si contestano a lui molte di quelle pitture attribuendole a Cimabue. Allora la cosa poteva andare, ma oggi che vivaddio ci sentiamo tutti Italiani, non ci importa se l'architettura o la pittura prime risorsero o a Pisa, o a Siena, o ad Arezzo, o a Firenze; rinacquero certamente e risorsero in Italia e ci basta.
Del resto il Giunta fu un grande pittore, e probabilmente iniziò Cimabue nell'arte sua. Nei pressi di Pisa abbiamo una antichissima chiesa forse del nono secolo, il San Piero in Grado. Essa fu costruita usando colonne e capitelli greci e romani, col materiale avventizio che probabilmente si trovava, come abbiamo detto, sparso nei dintorni di codesta località; certo che a quella chiesa i Pisani dovevano dare molta importanza, perchè la leggenda che a quella si collega che narra come san Pietro stesso, navigando per Roma, fosse da una tempesta gettato a codesto lido, e che quivi consacrasse la pietra dello altare, gli attribuisce un carattere molto nobile; di più, questa era la chiesa del porto, e le chiese dei porti in tutti i tempi ed in tutti i porti sono state inalzate con grande magnificenza e custodite con grande riverenza.
La chiesa del porto pisano è anteriore al San Paolo ed è la più grande e la più bella che i Pisani avessero prima del Duomo. Questo è un esempio singolarissimo — sul quale un nostro povero amico, Emilio Marcucci, grande indagatore delle cose di quell'epoca, si affaticava — della pittura murale, che costituisce parte integrante della architettura dello edifizio. Infatti la chiesa di San Piero in Grado, non è, come molte altre chiese posteriori, decorata di pitture murali, distese come arazzi simili a quelli che ornano le pareti di questa sala, delle grandi dipinture cioè che vanno da uno zoccolo poco rilevato dall'impiantito, del monumento che si vuole abbellire, fino alla vetta. La chiesa di San Piero in Grado ha gli archi policromi rossi e bianchi, ha fra gli archi delle decorazioni a colori, sopra la linea degli archi, dei piccoli tabernacoli disegnati con incipiente prospettiva, dentro i quali una sfilata con le immagini policrome di tutti i papi.
Sopra questa, un'altra piccola decorazione a rilievo (sempre dipinta), e, sopra, un'altra grande decorazione a scompartimenti, come generalmente si vedono ovunque, rappresentanti le storie del martirio di san Pietro; dopo queste, salendo, un ordine di finestre e di archi dipinti che non combinano nemmeno con le luci vere della chiesa; ed in queste finestre finte, che costituiscono un ordine di pilastri ed archi policromi vaghissimo, sono accuratamente dipinti gli impostoni di legno ora chiusi ora aperti ed ora socchiusi, e da questi ultimi fan capolino degli angeli, che dal di fuori al di dentro guardano nel Santuario; motivo graziosissimo quanto mai. Questo modo di decorazione è importante per questo, che senza le dipinture la chiesa mancherebbe della principale sua architettura. Questo è un principio generale, contrario a quello degli architetti moderni, che quando hanno costruito una mole qualunque chiamano il primo imbianchino che capita perchè ne faccia quello che li pare (e ciò sia detto fra parentesi).
Di Niccolò Pisano si è voluta impugnare la patria, inquantochè si è trovato un documento delli 11 maggio 1266 nel quale si dice che fra Melano, operaio del Duomo di Siena, Requisivit magistrum Nicholam Petri de Apulia, e siccome fu esso chiamato da re Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, dove molte tracce del suo sapere lasciava, si è voluta rivendicare questa paternità alle provincie meridionali, e dalle parole de Apulia desumere che fosse pugliese anzichè pisano. Però il dotto cav. Fanfani Centofanti di Pisa, cercando ha trovato, che Pulia si chiama un sobborgo meridionale della città di Lucca e che esiste una Pulia, borgata Aretina, per cui è probabile che questo nome di Pulia venga da un luogo prossimo a Pisa o per lo meno toscano.
Che le opere principali di Niccolò siano fatte a Pisa, e che abbia vissuto in Pisa, risulta da molti documenti nei quali esso stesso si confessa pisano; esso dice, facendo delle ricevute all'operaio del Duomo di Siena: “Ricevuto pel pergamo io Niccolò Pisano della cappella di San Blasio„ determinando anche la parrocchia ove teneva domicilio. Del resto poi la dicitura Petri de Apulia potrebbe significare che non lui ma il padre suo Pietro fosse di Pulia. Lasciamo andare, è uno dei più grandi artisti che siano mai stati per la forza del sentimento. Le opere che fece sono moltissime.
Trovo qui negli appunti che nelle ricevute fatte da lui dal 26 luglio 1267 al 6 di novembre 1268 a fra Melano operaio del Duomo di Siena che per ben tre volte si sottoscrive: “Ego magister Nicolus olim Petri lapidum de Pissis popoli Sancti Blasii.„
Egli oltre il pergamo del Duomo di Siena fece quello del San Giovanni di Pisa, l'Arca del San Domenico di Bologna, lavorò nel 1225 una Deposizione dalla Croce nel San Martino di Lucca, una Madonna con San Domenico per la Misericordia di Firenze e come architetto concepì e diresse i lavori del convento e della chiesa dei Domenicani di Bologna, del palazzo degli Anziani di Pisa, che era dove ora è la scuola normale, sulla piazza de' Cavalieri, fece in Pisa la chiesa e il campanile di San Niccola, la chiesa del Santo a Padova, il San Jacopo a Pistoia, la Santa Margherita a Cortona, la chiesa de' Frari a Venezia e la elegantissima nostra Santa Trinità. Ad Orvieto, coadiuvato da fra Guglielmo, scultore dell'ordine dei Domenicani, lavorò i bassorilievi del Duomo, circa i quali il padre Della Valle, scrittore dell'epoca barocca (e questo va tenuto a mente perchè i barocchi dispregiavano le sculture de' tempi primitivi), si esprime così: “E il marmo dei due bravi Pisani maneggiato con grande eccellenza mi parve parlante, imperioso.„