Questo imperioso io lo trovo bellissimo, inquantochè prova come questi artisti, ad onta della differenza del secolo nel quale lo scrittore parlava di loro, fossero così potenti da imporsi, tanto imperiosamente, che la differenza di scuola non influiva affatto perchè fosse giocoforza riconoscerne la eccellenza. Ora quest'arte che s'impone, che, attraverso i secoli ed i gusti, rimane sempre eccellente, bisogna convenire che è l'arte perfetta, grande per quella virtù dell'anima che il Savonarola ci dice.
Giovanni lavorò quanto il padre, e forse più; fu, come già vi ho detto, l'autore del celebre chiostro del Camposanto di Pisa, lavorò con Andrea e Nino a quel gioiello che è la chiesa di Santa Maria della Spina; e qui voglio affacciare alla mente vostra come le memorie della passione di Cristo e della redenzione del genere umano, si colleghino alla vecchia storia delle crociate pisane. In questa chiesa della Spina si conserva la reliquia di una spina della corona posta in capo a Gesù Nazareno portata anch'essa di Terra Santa, e da questa tradizione si inspirò la bella statua della Madonna che al bambino Gesù, che tiene in collo, porge una rosa. L'arca altare di San Donato in Arezzo è pure lavoro di Giovanni Pisano, e vorrei che voi poteste vedere il restauro e la interpretazione di codesto lavoro fatto dal già rammentato mio amico Marcucci, per capire a quale eleganza sarebbe arrivata quell'opera che rimase incompiuta nelle mani dell'artefice pisano. A quest'arca insigne con Giovanni Pisano lavorarono degli artefici tedeschi, che poi andarono al servizio di papa Bonifazio VIII, che se ne servì lungamente in varie opere, che ora è inutile stare a descrivere. Questo però vi faccia capire come l'arte avesse carattere universale e di una continua corrispondenza di idee da un capo all'altro di Europa. Quando avessi occasione di parlarvi dei primordi dell'arte in Germania, vi farei vedere come l'arte nostra è stata trasportata colà: ci sono alcuni monumenti, alcune sculture che dimostrano questa parentela, questa frammassoneria del genio che dilaga dalle nostre sponde in tutti i climi ed in tutti i paesi.
Nel 1283, Giovanni, chiamato da re Carlo a Napoli, edifica il Castel dell'Uovo; nel 1302 lo vediamo a Carrara per provvedere i marmi per il pulpito nuovo del Duomo di Pisa, assiste alla loro estrazione e ne cura lo imbarco alla spiaggia. Nel terzo pilastro del lato meridionale della Primaziale di Pisa si legge: In nomine Domini amen. Borgogno di Fado fece fare lo perbio nuovo lo quale è in Duomo cominciati corente ani Domini 1302 fu finito in ani Domini corente 1311 del mese di Diciembre.
Pur tuttavia per una scoperta fatta nel 1865 di una iscrizione nello zoccolo dell'ultimo pilastro a destra della facciata del Duomo dove si legge: † Sepoltura Guglielmi magistri qui fecit pergum Sancte Marie, si crede che non sia opera originale di Giovanni Pisano il pergamo di Pisa. Questa opinione però è contestata da dei fatti: primo il carattere della detta iscrizione che non è dell'epoca di Giovanni Pisano, e poi se è detto che Borgogno fece fare un pulpito nuovo pel Duomo, ciò indica che ce n'era uno vecchio; nè è possibile che una chiesa, finita già molti anni avanti, fosse priva del pergamo. Quindi, o che l'autore del vecchio pergamo fosse questo Guglielmo o che la parola pergum vada interpretata diversamente, certo si è che, guardando ai resti, si riconosce evidentissima la maniera scultoria assoluta e decisa di Giovanni Pisano. Questo pergamo fu disfatto e rovinato dopo che la cattedrale di Pisa ebbe a soffrire d'incendio nel 1596, incendio terribile al quale dobbiamo se si persero le belle porte antiche che decoravano la facciata. Le origini di questo incendio furono identiche a quelle che hanno incendiato il Duomo di Siena recentemente. Una padella di stagnino, destinata a servire per i restauri del tetto di piombo, attaccò il fuoco alle travi e fu cagione di questo grave disastro. Però, come il pulpito di Niccolò a Siena, così questo di Pisa ebbe la fortuna di rimanere illeso dai rottami che cadevano dal tetto. Quello che il fuoco non aveva fatto lo fece però la insipienza dei preposti dell'opera in tempi posteriori; il pulpito fu disfatto perchè incomodo, disperse molte sue parti e con alcune rabberciato come oggi si vede. Si deve ad un bravo uomo di Pisa, Giuseppe Fontana, intagliatore amantissimo delle glorie artistiche della città sua, se con una pazienza da benedettino è andato cercando più qua e più là nei giardini privati e nel Camposanto urbano tutte le parti del vecchio pulpito. Queste parti ci sono, esso le ha misurate, sono proprio quelle, le ha rimesse insieme e facendo la proporzione in diminutivo, costruì in legno di sana pianta il modellino del pulpito come esso dovrebbe essere; e se voi andando a Pisa visitate la interessantissima pinacoteca del comune che i Pisani tengono però abbastanza male, troverete il modello di codesto pulpito; vedrete che è una delle più belle concezioni dello spirito degli architetti e scultori pisani. Lì, come in tutte le altre opere loro, l'anima si eleva meravigliosamente, e crea delle linee d'insieme d'una eleganza superba.
Quando Niccola e Giovanni avevano già empito il mondo della loro fama, ser Ugolino, figlio di Nino tabellione di Pontedera, battezzando il figlio col nome di Andrea, segnò la nascita del capostipite di una famiglia di artisti poderosissimi. Esso lavorò, come ho già detto, alla chiesa della Spina, costruì il castello di Scarperia, andò a Venezia e lavorò a varie statue del San Marco e prese parte come ingegnere alla costruzione dell'Arsenale. Prima del 1316 modifica e munisce la cinta delle mura di Firenze e ne costruisce il pezzo che da Porta a San Gallo andava alla Porta al Prato, edifica il torrione della Porta San Frediano, da dove miseramente dovevano dopo, in tempi più funesti, transitare i prigionieri della patria sua. Fu amicissimo di Giotto, mandò per suo mezzo una croce di bronzo al papa ed ebbe quindi, e forse per l'eccellenza di codesto lavoro riconosciuto dai Fiorentini, l'incarico della costruzione della porta maggiore del Battistero fiorentino, alla quale lavorò per ventidue anni. Essa è quella che guarda ora il Bigallo, gareggiando per lo ingegno e per la bellezza, con quelle di Lorenzo Ghiberti. Nel 1317 lavorò a Pistoia, servì Gualtieri duca d'Atene in molte costruzioni e forse anche nel Palazzo Vecchio nostro, ma non per questo cadde in disistima dei Fiorentini, che anzi continuò ad essere, anche dopo la famosa cacciata, uno dei loro capimaestri; tantochè non solo gli dettero la cittadinanza, ma a settantacinque anni quando morì, lo seppellirono onorevolmente in Santa Maria del Fiore.
Fu ad Orvieto e vi scolpì una parte dei bassorilievi della facciata, lavorò alla facciata del Duomo di Siena ed alle formelle del campanile di Giotto; io vi suggerisco di non passare davanti al Duomo senza gettare uno sguardo su quelle formelle, quasi dimenticate, dove voi vedrete specialmente in certe figure rappresentanti l'Architettura e la Matematica, una tale intensità di sentimento, una tale giustezza di movenze dalla quale vi sarà dato arguire quale eccellente artista egli fosse specialmente per esprimere il senso intimo delle cose.
Da lui nacquero Nino e Tommaso, collaboratori nella chiesa della Spina, dove Nino scolpisce la Madonna col San Pietro a fianco, nel quale si dice che il figlio abbia ritratte le sembianze del padre. Più specialmente orafo fu Tommaso, che per commissione del doge dell'Agnello fece il sepolcro di Margherita sua moglie, sepolcro che fu distrutto nell'incendio del Duomo del quale vi ho parlato. Nel Camposanto di Pisa si vede una Madonna in bassorilievo, con quattro santi, con questa iscrizione: “Tommaso figliuolo di maestro Andrea fece questo lavoro et fu Pisano.„ Nino morì nel 1368 ed ebbe compagno di studio quel Giovanni Balducci che scolpiva l'arca di Sant'Eustorgio a Milano.
La scultura, come vi ho detto e avete capito, è largamente rappresentata dai Pisani, che lavorando in materia più duratura hanno potuto lasciare più larga traccia di sè, ma però molti furono anche i pittori, e, per non andar troppo per le lunghe, nominerò soltanto pochi ed uno fra questi principalmente.
Questo tale è l'autore di un ritratto di San Tommaso d'Aquino che si trova nella chiesa di Santa Caterina di Pisa. Codesta pittura è del 1345. Sopra un fondo di cielo stellato, le figure dei filosofi Aristotele e Platone, che stanno ai lati della gigantesca figura del Santo, sono di movenze così giuste, di espressione così esatta, che ci dimostrano che il Traini è certamente uno dei più grandi artisti della sua epoca. Di lui resta anche, nella galleria di Pisa, un San Domenico il quale è degno di stare a fianco del suo collega San Tommaso d'Aquino. Di Francesco Traini poche o punte, oltre questo, sono, che io sappia, le opere che si conoscono.
Jacopo di Niccola detto il Gara di Pisa pittore della scuola di Cimabue, è abbastanza insigne, ma quello che più importa è il Traini che si vuole compagno ed amico dell'Orcagna e che può stargli degnamente a livello.