Nel breviario pisano si fa menzione fino dal 1303 di un Upettino Pisano ottimo dipintore. “Nero Nellus me pinxit A. D. MCCIC„ stava scritto in basso di una Madonna in tavola ora irreperibile della chiesa di Tripalle. Bernardo Nello di Giovanni Falconi Pisano fu allievo dell'Orcagna, e dipinse nel Camposanto le storie di Giobbe, continuando Giotto; e Vicino Pisano fu maestro di pittura e musaico e lavorò nel Duomo, insieme al Gaddi e a Lorenzo Paladini.

Tutta questa grande epopea artistica si svolge in Pisa a' suoi tempi gloriosi, e termina colle sventure di questa illustre città. Noi troviamo, nei ricordi dell'epoca, che molti sono gli artisti che dal di fuori vengono a Pisa per lavorare, ma abbiamo già veduto che molti sono gli artisti pisani che vanno a lavorare in altre parti d'Italia. L'Orcagna lavora a Pisa, Giotto lavora a Pisa, fra Jacopo da Torrita, i Gaddi suoi scolari lavorano a Pisa, di più avete visto Niccola andare a Siena per il pergamo, là incontrarsi con altri e viceversa; cosa che ci dimostra che per quanto gravi fossero gli odii e le cupidigie che spingevano gli Italiani a dilaniarsi fra loro, la comunione del pensiero pure esisteva; in mezzo a queste grandi divisioni l'Italia intelligente lavorava collettivamente per un solo fine.

Difatti, accanto ai grandi artisti della squadra dello scalpello e della tavolozza, noi troviamo anche i grandi artisti della penna, esemplari insigni della lingua nostra, fra questi il Passavanti, il Cavalca ed il primo commentatore della Divina Commedia, Francesco da Buti. Questo è un fatto che deve grandemente consolare perchè fa rimontare l'origine della nostra fratellanza e della nostra comunione spirituale, come nazione, tempi molto antichi e diversi.

Oggi le catene, trofeo odioso che dai Genovesi furono involate al porto pisano, sono tornate nella quiete del sepolcro, segno di pace eterna e solenne, nel bello, nel santo Camposanto pisano, così sieno sepolte per sempre le discordie fra noi; imperocchè Pisa disgraziatamente si tacque quando fu vinta dal tradimento, quando fu vinta dalla sventura, quando Firenze le si sovrappose, la distrusse, la sperperò. Essa risorse a poco a poco al principio dell'età moderna e negli albori di una nuova filosofia, tutta umana, Pisa precorre le città toscane e ci dà Galileo. Così nel 1848 primavera sacra d'Italia (perdonate a me vecchio la quarantottata) manda la sua gioventù universitaria sui campi lombardi dove si affermava, con l'armi in pugno, con l'olocausto della vita, la liberazione della patria.

LA GRANDEZZA DI VENEZIA

DI
POMPEO MOLMENTI

Signore e Signori,

Io non posso oggi parlarvi, se non per incidenza, dell'arte veneziana. Nei tempi della grandezza veneta, lo storico non trova alla gloria dei fatti corrisponder quella delle arti di imitazione. Pure quei due secoli di gloria civile e guerriera hanno in sè tanta ideal luce di poesia da valer bene le opere del pennello e dello scalpello. Io vi discorrerò adunque le ragioni, per le quali a Venezia l'arte tardò ad apparire.

È noto che l'infanzia della singolare città fu piena di varî casi e di sanguinosi avvenimenti. Pure, allorchè la tirannide feudale fiaccava in altri paesi gli animi e gli ingegni, qui, con moti incomposti, se vuolsi, in lotte discordi, si rivendicavano col sangue la patria e l'esistenza, in questo remoto angolo d'Italia si tutelavano i diritti della libertà, prima ancora che sulle balze elvetiche balenassero i primi lampi d'indipendenza!

Alla torbida infanzia succede la gagliarda giovinezza di quella città, che ci ha dato, fra le rivolture italiane, il più alto esempio di libero reggimento, non contaminato per quattordici secoli da invasori stranieri.