È questo il periodo più glorioso della potenza veneziana. Le nebbiose congetture finiscono: incomincia la lucida certezza dei fatti. Cessa la triste notte delle ire e delle vendette, e già rosseggia dei crepuscoli mattutini la gloria del lavoro e della ricchezza. Questo fecondo lavoro, che smaglia le ire delle fazioni, fu veramente il blasone di famiglia del popolo veneziano.
Gli ultimi eredi del nome latino, spinti a salvamento fra le lagune dalla furia dei barbari, ignari di quella potenza morale, che portavano in sè e vigoreggiava nel cimento delle lotte, nell'attrito delle sventure aveano saputo, o validamente combattendo colle armi o destreggiandosi abilmente con arti sottili, allargare il dominio, rafforzare l'indipendenza, instaurare le leggi.
All'impero d'Oriente, a poco a poco si rivolgevano non più come soggetti, ma talvolta come salvatori, tal altra come fieri vendicatori di tradimenti e d'offese, sempre come eguali, ottenendone privilegi e franchigie. Debellarono i pirati e conquistarono l'Istria e la Dalmazia, facendo dell'Adriatico un mare italiano, mentre su tutti i lidi del Mediterraneo era rispettato e conosciuto il vessillo della Repubblica. Parteciparono alle crociate con fervore di credenti e con prudenza di mercadanti, ponendo un freno agli impeti dell'animo colle caute previdenze della ragione, e ottenendo in quelle imprese, generosamente irriflessive, vantaggi ai loro traffichi e quartieri proprî nelle vinte città, dove si reggevano con leggi veneziane. Nelle contese fra il Papa e il Barbarossa furono scelti a pacieri, e finalmente, nel 1204, essi, gli oscuri profughi della laguna, collegati ai più nobili signori d'Europa, piantarono il vessillo di San Marco sulle torri imperiali di Bisanzio.
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Venezia prorompeva a questo tempo in mirabile amplitudine di vita. Ma intanto che i suoi dominii allargavansi e diveniva il più temuto stato d'Europa, si andavano per converso man mano restringendo gl'interni liberi instituti, quasi la gloria delle conquiste e l'accresciuta potenza esteriore richiedessero più salda unità di governo. Quindi, a impedire i voleri superbi di un potente, o i capricci mutabili della folla, s'instituì, verso la fine del secolo XII, il Maggior Consiglio, destinato ad assumere in sè ogni autorità popolare. E in pari tempo si accrebbero i Consiglieri del Doge, i quali formarono il Minor Consiglio, e si tolse al popolo l'elezione del Capo dello Stato, commesso invece ad undici elettori, scelti dal Consiglio Grande.
Durante il ducato di Pietro Ziani, dal 1205 al 1229, Venezia si raccoglie in sè stessa per rafforzare le ottenute conquiste e godere dei passati trionfi.
L'immenso e ricco bottino fatto a Bisanzio, la più lauta preda, al dire del Villehardouin, eroe e storico di quell'impresa, la più lauta preda dalla creazione in poi, era stato per gran parte trasportato a Venezia. Quei tesori, preziosi per arte e per valore, adornavano i pubblici edifici, scintillavano sugli altari, ma brillavano eziandio, con evidente contrasto, nelle modeste case dei rudi e forti guerrieri dell'Adriatico. Imperocchè al lusso s'era fino allora preferito l'utile. Si erano bensì eretti templi, che servivano al fasto e alla pietà, e la dimora sontuosa dei governanti provava la prosperità della patria, ma le private fabbriche conservavano la primitiva umiltà. Qua e là qualche palazzo di pietra, come quelli del Memmi, dei Molin, dei Quirini, dei Dandolo, ma intorno, casupole coperte di paglia, ponti di legno, campi erbosi, canali tortuosi e, per fondo, la melanconica distesa delle paludi.
Strana la rassomiglianza nelle vicende e nei destini dei popoli grandi! Anche Atene, fino ai tempi di Temistocle, vide alzarsi superba solo l'Acropoli, fra le case umili e basse, dimora d'eroi. E la povera abitazione di Temistocle e quella modesta di Milziade, ricorda Demostene nell'orazione contro Aristocrate, rimproverando a' suoi contemporanei d'innalzare palazzi eguali o superiori in bellezza ai pubblici edifizi.
A poco a poco i veneti isolani, fieri delle vittorie, orgogliosi per le ricchezze acquistate, non furono più contenti di vivere con quella modestia, che alla vita civile si richiede. Come più dall'antica semplicità si allontanavano, doveano, insieme colla brama di goder nel presente il passato, sentire il fastidio della patria umile e angusta.
Ad altri lidi tendevano gli animi ambiziosi, e fra le visioni degli antichi trionfi, e nella tristezza del soggiorno fra le lagune, sfavillavano come un sogno incantato il Bosforo e Bisanzio. Fra lo squallore delle paludi adriache s'era fondata la nazionalità, fra la luce dell'Oriente, in regioni gioconde, essa si sarebbe ben svolta in tutta la sua potenza. Le bellezze e le armonie del mondo antico avrebbero potuto ridestarsi al palpito di una vergine e giovane vita.