Non s'era forse maturata al sole d'Oriente la civiltà veneziana? I veneti lari avrebbero ben trovato un luogo degno sulle sponde dell'Asia, fra le ampie palme e i boschi di mirto. Le vigorose audacie di un popolo nuovo avrebbero potuto infonder vita alle squisitezze raffinate di una civiltà moribonda, e la Sirena antica dell'Asia avrebbe potuto, sulle rive scintillanti del Bosforo, accogliere fra le sue braccia la Najade delle lagune. Sarebbe stato doloroso, è vero, lasciar la patria, santificata dai dolori, dalle sventure, dalle lotte, dai trionfi, doloroso abbandonare il tempio dorato del Santo Patrono, intorno al quale si collegava qualche cosa più che non fosse un semplice simbolo religioso, una effusione di anime credenti, il tempio, che non rappresentava solo la fede, ma la patria.
Ma l'Evangelista non avrebbe trovato forse onore di culto e devozione di preghiere anche sotto l'immensa cupola di Santa Sofia, nel tempio meraviglioso, che aveva fatto esclamare al suo fondatore Giustiniano: Salomone io ti ho vinto?
Di tal genere, se non tali appunto, doveano essere i pensieri di molti veneziani, non abbastanza veneziani, da formare il proposito di trasportare a Costantinopoli la sede della repubblica.
Narra uno storico, Daniele Barbaro, come il doge Pietro Ziani, considerando li grandi e mirabili progressi che se avevano fatto in Levante, ghe venne pensiero, che se dovesse andar ad abitar in Costantinopoli, e in quella città fermar e stabilir il dominio dei veneziani. Che proprio al solo doge sia venuta questa idea c'è da dubitare, come è da dubitare (e i migliori scrittori non ne fanno alcun cenno) che tale questione si sia dibattuta in Maggior Consiglio e per un solo voto si sia deciso di rimanere a Venezia. Ma non è da revocare in dubbio che molti vagheggiassero di trapiantarsi sul Bosforo, per ragioni d'ambizione e d'utilità. La leggenda attribuì al doge, a questo capo di uno Stato trafficante e positivo, la difesa delle ragioni di pratica utilità e di maturo senso civile.
Il Doge, dinanzi al Consiglio, fece una triste pittura delle condizioni materiali di Venezia. Essa ci prova quali ostacoli si siano vinti per edificare poi una città di così meravigliosa bellezza. Il Doge disse come Venezia fosse continuamente esposta ai pericoli d'inondazione, ricordò le città vicine scomparse. Quando invece il mare lascia scoperte le secche il fetore è insopportabile. Quel che si consuma in città è portato tutto dal di fuori; nelle paludi non frumento, nè uva, nè legna, non si raccolgono altro che cappe, granzi et altri pesseti malsani e di cattivo nutrimento. Invece a Costantinopoli si sarebbe stati in un paese comodo, fertile, abbondantissimo, dotado de tutte quasi quelle gratie et quei doni che da Dio et dalla natura se possono maggiori desiderar....
Alla prosa dell'utile, rispose la santa poesia della patria, che anche ai popoli più positivi ricorda come un paese non viva soltanto di dovizie e di commerci, ma sì anche di anima e di affetti. La tradizione incarna la religione della patria in un vecchio di molta autorità. Angelo Falier, procurator di San Marco, il quale rispondendo al doge rammentò come in quelle squallide paludi fossero morti e sepolti i padri, e vivessero i figli e le mogli e ogni cosa più caramente diletta.
Aggiunse la desolazione dei luoghi esser stata la causa della forza dei veneziani, spingendoli alla suprema principal industria: la navigazione. E molte altre nobili cose disse.
Rivoltosi poi — così un vecchio cronista, nella sua cara ingenuità — verso un'immagine di Gesù Cristo, con molto patetica preghiera invocò il suo patrocinio; e con le lagrime agli occhi smontò dalla bigoncia. Quinci ballottata la proposizione, di un solo voto venne deciso, e fu il voto della provvidenza, di non fare la proposta emigrazione.
Il voto della Provvidenza? E chi sa? Forse sarebbero nate altre sorti in Europa: forse la potenza musulmana, trovandosi dinanzi la gagliarda gente veneziana, invece che gli avanzi decrepiti dell'impero bizantino, si sarebbe infranta, nè lo stendardo di Maometto sarebbe sventolato sul Corno d'oro.
Ma, anche fra le lagune, Venezia si andava trasformando: un'altra società sorgeva e con essa nuove idee e nuovi sentimenti.