Mentre la luce dei Comuni andava in Italia estinguendosi e incominciavano le Signorie, e tra i papi, anelanti a fondare l'unità teocratica, e i cesari tedeschi, combattenti per la tirannide monarchica, ferveano contese, fra le venete paludi prosperava il più felice Stato della penisola.

Nè fra le prosperità il braccio svigoriva. Pel santo amore di libertà, che, oltre ad interessi commerciali, la stringeva di un vincolo morale ai Comuni italiani, ebbe Venezia gran parte nella prima lega lombarda; a distruggere l'oltracotanza feroce di Ezzelino da Romano, feudatario dell'impero, potè molto Venezia; a debellare i Genovesi, che per abbassare in Oriente la rivale, aveano patteggiato colla perfidia dei Paleologhi, ridivenuti imperatori di Costantinopoli, bastò Venezia; per conservare la supremazia dell'Adriatico contro le gelosie degli Stati confinanti, trovò forze Venezia, che allargò le sue conquiste in Dalmazia; alle scomuniche del papa francese Martino IV, che imponeva ai navigli di San Marco di allearsi coll'armata francese per combattere la guerra del Vespro Siciliano, non badò Venezia.

Nè tante imprese e tanti pericoli la distolsero dall'accorta serenità, con cui ella svolgeva l'elaborazione ultima de' suoi interni ordinamenti politici.

Alla fine del secolo XIII, nel governo veneziano succede una radicale riforma nelle instituzioni dello Stato: l'approvazione della legge proposta dal doge Pietro Gradenigo e comunemente conosciuta col nome di Serrata del Maggior Consiglio, giacchè chi non vi aveva appartenuto nei quattro ultimi anni non poteva più esservi ammesso.

Questa legge, che chiude il periodo democratico, portò anche nel vivere e nelle consuetudini un grande mutamento. I patrizî, che alla ricchezza avevano aggiunto ciò che ne è il compimento, la potenza, incominciarono a formare una casta a sè, lontana dal popolo.

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Ma la riforma del Gradenigo era di lunga mano preparata.

Lo abbiam veduto: fin dal giorno in cui Enrico Dandolo, dopo la conquista di Costantinopoli, prese il titolo di Doge di Venezia, della Dalmazia e della Croazia, Signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania, un grande cangiamento era avvenuto nell'animo dei veneti maggiorenti. È vero: essi curavano più l'utilità della dignità e lasciarono ai Fiamminghi e ai Francesi il titolo imperiale, paghi di accrescere i privilegi commerciali. Anche non chiesero vastità di possedimenti, ma sì, con pratica accortezza, una linea di terra, che dalle isole Jonie costeggiava e dominava tutto il mare fino alla Propontide. Pure, dopo tanta gloria d'imprese, gli animi si cullavano in un compiacimento a cui, come abbiamo detto, non erano estranei il desiderio delle sontuosità di una vita mondana e il sentimento del bello. Infatti Venezia si foggia novellamente.

I Veneziani aveano diviso i pericoli delle battaglie e le glorie del trionfo coi più celebrati cavalieri d'Europa. Pei rudi marinai dell'Adriatico, spiriti pratici che facevano traffichi e leggi, erano spettacolo nuovo certi riti di cortesia e certe gentili usanze, che tenevano in freno la violenza e associavano il culto della donna a quello del dovere militare e della religione. D'altra parte la vita errante e le sue avventure, la vista della natura d'Oriente, eternamente varia e fantastica, adornavano di nuove attrattive queste idee. Però Venezia accolse della cavalleria solo quei sentimenti, che possono anche convenire a popolo libero, ma le cortesie cavalleresche non ammollirono la gagliarda indole natìa. I Veneti rimasero estranei a quell'entusiasmo di galanteria cavalleresca, origine di una poesia di convenute raffinatezze.

E pure, parrebbe, niun aere più del veneziano adatto alla poesia romanzesca. Non ancora, è vero, dalle acque del Canal Grande sorgevano i suntuosi edifizi, sogni di poeta tradotti nel marmo, e nei quali il cesello ruba il mestiere allo scalpello. Ma sulla laguna i tramonti non doveano essere men dolcemente melanconici, nè le notti meno serenamente molli. E per questo i poeti moderni, malati di romanticismo, poterono sognare i dolci canti del trovatore, salienti, nel sereno armonioso delle notti veneziane, al verone della bionda patrizia, e via via tutti i ferravecchi della rettorica medievale al chiaro di luna. No, o signori, troppo fu mietuto dai pittori, dai poeti, dai romanzieri e ahimè! da certi storici nel campo di una Venezia scenografica, convenzionale, malata di scrofola romantica. A noi piace la città vigorosa e sana, ricca di quella gagliarda poesia, che rifugge dalle morbose fantasticherie, e s'inspira così alla sua storia singolare e gloriosa, come al silenzio raccolto delle sue strade e dei suoi canali, al colore meraviglioso, ai monumenti e alle memorie, alle lagrime e ai sorrisi delle cose. Pare, o signori, a Venezia i poeti sieno sempre stati considerati come perdigiorni, poichè nel lungo corso della civiltà veneziana e nel caldo sbocciare dell'arte, non troviamo molti poeti nè illustri. Questo Stato libero e possente, fra le cure di una politica vigilante e battagliera, avea ben altro a fare che incoraggiare il grazioso pispiglio dei poeti. L'anima non svapora in contemplazioni fantastiche. Alla poesia il cittadino veneziano guarda senza troppo amore; egli è affrettato, i suoi negozi lo chiamano, lo invitano gli affari del suo commercio. Perfino il dialetto, così dolce all'orecchio e al cuore nel linguaggio amoroso, meglio si presterà ai gravi movimenti dell'eloquenza politica, alle acute e profonde osservazioni della diplomazia. Nel secolo XIII il nome di un solo poeta giunge fino a noi, quello di Bartolomeo Zorzi, un patrizio mercante, che tra i barili di spezierie, faceva volare nella lingua occitanica il sirventese patriottico e la cobla d'amore. Sorpreso un dì sulla sua nave dai corsari genovesi, fu tratto prigione. Nelle carceri di Genova rispose coraggiosamente con un sirventese a Bonifazio Calvo, trovatore ligure il quale in versi provenzali avea insultato Venezia. E poi che la libertà si faceva attendere, lo Zorzi scrisse ancora contro i Genovesi feroci vituperi. Finalmente ei potè rivedere la patria, e la Repubblica, premiando più i suoi meriti patriottici che quelli poetici, mandò lo Zorzi a Corone in Morea comandante della fortezza.