Fra alcuni nomi di poeti oscuri troviamo più tardi, nel secolo XIV, un altro patrizio, Giovanni Quirini, il quale più che a' suoi versi deve nominanza alla sua amicizia con Dante.

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Ma che i Veneziani, distratti da guerre, da imprese, da traffichi, tributassero pochi omaggi alla gente letterata, è prova la lettera di Dante, la quale però dai più è ritenuta apocrifa. Riferendo a Guido da Polenta l'esito della sua ambasceria, l'esule divino racconta come innanzi a' governanti veneziani avesse incominciato a parlare latino. Fu esortato a cercare un interprete o a mutare favella. Allora, sdegnato, cominciò a parlare italiano, ma capivano poco anche questo.

Vero è che a purgare i Veneziani dalla taccia d'ignoranti bastano le memorie delle scuole fiorenti fra le lagune, e il trattato di fra Paolino minorita, una delle prime prose dialettali italiane, e le opere di scienze naturali dei Trevisan e la mirabile cronaca del doge Andrea Dandolo. A lavare i Veneziani dall'accusa di scortesi valgono le accoglienze liete fatte al Petrarca, il quale molto si compiaceva che nelle feste celebrate sulla piazza di San Marco, per la vittoria di Candia, il doge Lorenzo Celsi l'avesse fatto sedere alla sua destra, sulla loggia sovrastante la porta maggiore della basilica. Il Petrarca amava Venezia, si compiaceva, come scrivea al Boccaccio, delle soavi e dolci passeggiate sul mare, e lasciò gran parte dei suoi libri, alla città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti, protetta da più incorruttibili consigli.

E il giudizio del Petrarca era giusto. Colla prudenza, i Veneti seppero ordinare i favori della fortuna e, come i Romani, essi congiunsero alle fine speculazioni del pensiero la pratica scienza di effettuarle. I nemici esteriori non si temevano, le cause di debolezza interna erano o parevano tolte, mercè i nuovi e rigidi ordinamenti aristocratici. Venezia poteva credere di esser secura.

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Ma dopo la legge del Gradenigo, che toglieva ogni azione popolare nel governo, s'ordirono congiure, scoppiarono rivolte. Però fra le armi dei cittadini, contendenti ad uccidersi, esciva più valida quella aristocrazia, che si tentava di abbattere.

Alla cospirazione di Marin Bocconio, impiccato, insieme coi principali suoi compagni, fra le due colonne, presso la porta del Palazzo Ducale, segue, dopo dieci anni, nel 1310, quella di Bajamonte Tiepolo. Il Tiepolo, con una forte mano di popolo, scende sulle vie gridando: — Morte al doge Gradenigo. — All'insolito romore si affaccia alla finestra una vecchierella, che inavvertitamente lascia cadere un mortaio di bronzo sul capo dell'alfiere, che a bandiera spiegata stava per entrare in piazza San Marco. Cade il vessillo dei ribelli, che perdono baldanza, mentre il doge coi suoi fidi si fa incontro a Bajamonte e lo mette in fuga. La Repubblica non andò lenta nel punire i ribelli. Inflessibile e fredda, Venezia sentiva nella severità delle leggi la salvezza dello Stato, e dopo le celebri congiure del Bocconio e del Tiepolo, s'instituì il Consiglio dei Dieci, destinato a mantenere e a salvaguardare gli ordini stabiliti. Tale Consiglio divenne ben presto il centro del Governo. I patrizi comprendevano quell'alta idea del dovere, che imprime negli animi il sentimento di una fatale necessità. Tutti gli ingegni, tutte le ricchezze, tutte le forze erano rivolte alla patria, alla patria tutto si sacrificava.

Fra le congiure, ordite dal popolo con fiero proposito di rivendicazione civile, o meglio tramate da qualche potente, che tentava volgere in suo favore le audacie popolane, la più famosa è quella di Marino Faliero. Intorno alla figura del vecchio doge s'è creata una leggenda, che la splendida musa del Byron, il pennello di Hayez e la facile vena musicale del Donizetti hanno resa popolare.

Il reggimento di ottimati salvò Venezia dal rapido e mutevole governo di tutti e dalla tirannide di un solo. Il buon governo si basa infatti su due negazioni principali: nè l'uno, nè i tutti.