Venezia, fiorente di commercio, forte di navilio, potente in terre lontane, potè svolgere tutte le sue forze complesse in questi tempi, che segnano l'apogeo della sua vera gloria. Anche il popolo andava adattandosi al nuovo ordine di cose, trovando modo di spiegare le sue energie nelle corporazioni delle arti. E i patrizi gli lasciavano alcune imagini non pericolose di governar sè stesso in tante piccole repubbliche, e non trascuravano occasione di ingrazionirsi i popolani, trattandoli con quella affabile famigliarità, che in fondo è il maggior segno di superiorità, ma che servì a poco a poco a far tacere ogni ribelle spirito d'orgoglio e a render temuti e amati i governanti. Per non citar, fra tanti, se non un solo esempio, gli arsenalotti, gli uomini destinati al servizio dell'Arzanà, celebrato da Dante, erano invitati in certi giorni solenni a un banchetto, a cui presiedeva la stessa famiglia ducale.
E fin dai primi tempi, i reggitori dello Stato s'accorsero come all'incremento dello spirito nazionale e alla quiete interna giovassero le solennità religiose congiunte alle feste, che segnavano le date gloriose dell'esistenza politica. Così la festa delle Marie perpetuava le memorie delle spose rapite dai corsari slavi, ricuperate dai Veneti; la solenne festa dell'Ascensione, in cui il doge saliva sul dorato naviglio e affermava il dominio del mare, richiamava alla memoria segnalate vittorie sull'Adriatico; la cerimonia del giovedì grasso ricordava la vittoria sul Patriarca di Aquileia, tutti, in una parola, i trionfi commemoranti vittorie guerresche e prosperi avvenimenti, s'univano alle cerimonie della religione.
Altri spettacoli invece promoveano lo sviluppo delle forze fisiche. Tali, le lotte colle canne d'India, le guerre dei pugni, sovra ponti senza parapetto, per cui molti pesti e malconci cadeano nell'acqua. Queste lotte si combattevano fra le due fazioni ond'era divisa Venezia: i Castellani (abitanti della parte denominata Castello) e i Nicolotti (abitanti della contrada di San Nicolò). Ultimi lampi, forse, degli antichi e fieri antagonismi, ma lampi a cui la folgore non seguiva, giacchè le gare fra Castellani e Nicolotti si limitavano alla supremazia incruenta delle caccie dei tori, delle forze d'Ercole, delle regate. Fra tutti questi spettacoli, che, notate bene, o signori, educavano il popolo a poco a poco al gusto del bello, al sentimento del colore, al bisogno dell'arte, fra tutti questi spettacoli, il più caratteristico era la regata, emulazione educatrice fra i più robusti rematori. Anche oggi, dopo tanto corso di tempo, di vicende, di sventure, il pensiero ritorna ai tempi andati, allora che il Canal Grande s'adorna per le regate di tappeti e d'arazzi antichi, e sulle barche, sulle fondamenta, sui traghetti s'agita un formicolaio di gente. Il tipo tizianesco delle popolane spicca, colla sua eleganza natìa, accanto alla bruna faccia del gondoliere. Qui le livree suntuose, più in là il farsetto sdruscito. A canto alla gondola, ov'è sdraiata l'altera patrizia, una povera barca dove cinguettano le poco linde popolane. Una luce diffusa si riflette sulle acque e sui vetri, illumina le tinte smaglianti delle vesti donnesche: una gaia festa di colore, non so che di magnifico e di elegante, che non ha perduto vaghezza e fa pensare al passato.
*
Una mirabile floridezza davano alla città i traffichi, che si stendeano in tutti i porti del Mediterraneo e dell'Oceano europeo e nei principali dell'Asia e dell'Africa. Aveano squadre mercantili del Governo, o, come dicevano, del Comune, che trasportavano annualmente per mare merci per oltre 40 milioni delle nostre lire. Erano composte di otto o dieci navi ciascuna, e percorreano una linea fissa, come dinotava il nome di flotta di Romania, della Tana, di Siria, d'Egitto, di Fiandra. I capitani delle flotte prima di salpare giuravano ai santi Evangeli di Dio — proficuum et honorem Venetiarum eundo et reddeundo. Perdonate, o signori, questo abuso di citazioni, ma nella ingenua semplicità di questo grosso latino, pare aleggi sulla fronte l'aura di quei tempi, pare udir la voce di quei forti, che tenevano il giuramento ad evangelia sancta Dei, anche a prezzo del sangue.
Il flutto non ebbe mai terrori per essi; traevano in salvo la nave per mezzo ai gorghi mugghianti, spingevano la prora su mari inesplorati, toccavano terre sconosciute, e, reduci dai loro viaggi, affidavano allo scritto, a documento dei figli, le loro osservazioni, additavano ai posteri scoperte importantissime.
Marco Polo parve scrittore favoloso e fu verace nel raccontare le prodigiose avventure dei suoi viaggi, e i patrizi Zeno, precedendo Colombo di un secolo, mostravano ancora esistenti nell'America settentrionale gli avanzi di quei coloni scandinavi, che Abramo di Brema aveva ricordati nel secolo XI e Orderico Vitale nel successivo.
Venezia avea il monopolio del sale, e durante i secoli XIII e XIV, provvedeva di sale non pure molta parte delle provincie italiane, ma altresì i Saraceni e i Barbareschi. Altri traffichi: quelli delle spezierie, degli aromi, dei tessuti orientali, e nonostante i divieti e le scomuniche, degli schiavi.
I nobili facevano ancora il commercio direttamente e in persona, e si videro principi e duchi delle isole dell'Arcipelago, ambasciatori, legislatori, generali, capitani di flotte essere in pari tempo navigatori, mercanti di pepe, di zucchero e di scorze di noce moscata.
Quando il commercio condusse fra le lagune gente d'ogni parte del mondo, l'ospitalità veneziana fu larga e non pure per sentimento d'utilità, ma per gentilezza. Aveano dimora dal pubblico Armeni, Mori, Turchi, Greci, Siri ed erano accolti a festa i cittadini d'ogni parte d'Italia. Solo gli Ebrei, a volta a volta, si cacciavano e si richiamavano, secondo il richiedesse la pubblica utilità, e solo alla fine del secolo XIV, furono definitivamente accettati, non essendovi ancora in Venezia monti di pietà, nè pubblici banchi. Tanto vero che l'interesse è più forte dei più fieri pregiudizi. Qualche volta il pregiudizio e l'interesse s'uniscono in istrano connubio, come avvenne a san Luigi re di Francia, che per la salvazione della sua anima e di quella de' suoi antenati, rimetteva con decreto ai Cristiani una terza parte dei loro debiti cogli Ebrei. Così, se non con gli uomini, si saldavano i conti col cielo.