Sì i Veneti, sì i Genovesi disperatamente combattevano e per lungo tempo era alterno il cedere e l'avanzarsi, ma il ponte di Chioggia, difeso dai Veneziani, non si poteva prendere. “Allora„, cito le parole del cronista, “un zenoese di subito spogliato nudo, et entrato in una barchetta con canna, paglia, pegola et polvere de bombarda se cazò al ponte a vogare; dove di subito azonto cacciò fuoco nella barchetta, et gettatosi in acqua quella nodando cacciò sotto il ponte.„ In breve il ponte s'accese e i Veneziani dovettero fuggire. A parte l'intento, colpevole nell'uno, santo e patriottico nell'altro, ma quel zenoese, che si caccia nuotando sotto il ponte, non vi ricorda Canaris, che, con due brulotti, incendia la squadra turca nel porto di Chio?

Chioggia è presa, Venezia minacciata da presso. I vincitori non vogliono sentire proposizioni di accordi, se prima, com'essi dicevano, non avessero messo il freno ai cavalli, che stanno sulla basilica di San Marco. Ma Venezia ritrova ancora sè stessa: nobili e popolani si stringono in un volere comune: si allestisce un'armata, si riordina l'esercito. Il doge Andrea Contarini, ottantenne, monta sulle galere per combattere. Il popolo si ricorda di Vettor Pisani, corre al carcere e lo trae fuori in trionfo gridando: Viva Pisani! Ed egli, d'ogni offesa dimentico, risponde: No, zighè Viva San Marco! Esistono misteriosi affetti per qualche personaggio storico o leggendario. Fra questi amori retrospettivi, occupa, per me, uno dei primi posti, il puro e modesto eroe veneziano, che ha grandi rassomiglianze con una figura di eroe moderno, Garibaldi, figura che i posteri vedranno raggiar di una luce, non annebbiata da calcolati feticismi.

Questo ravvicinamento non è uno dei luoghi rettorici, di cui s'abbellano la torbida oratoria e l'arcadica volgarità di oggidì, ma scaturisce dagli eventi storici.

In ambedue la santa efficacia del dovere: ambedue semplici ed animosi, pazienti fra gli oltraggi, umili nella gloria. L'eroe moderno, più grande pe' suoi fatti, che per gli altrui detti, che dalle balze del Trentino espugnate, risponde al comando di ritirarsi: Obbedisco, mi par grande quanto l'eroe antico, che, tratto dal carcere fra le grida di Viva Pisani, non d'altro sollecito, se non della cara terra materna, risponde: — No, zighè Viva San Marco! — Quella voce formidabile che avea suonato ira e strage, quando il forte guerriero palpitante, bagnato di sangue nemico imperversava nella pugna, si fa mite e dolce. Tutto per la patria, niente per sè. È questo sublime annientamento dell'uomo nella patria e per la patria, che rendeva compiuta e potente l'antica energia. Zighè Viva San Marco, si direbbe che in queste parole svanissero, insieme a tutti gli orgogli, tutte le passate amarezze e l'eroismo e l'umiltà si unissero in un mirabile connubio. Viva San Marco! Al grido fatidico, che avea accompagnato il prodigioso sorgere della patria, si ripigliano, con santità di ardimenti e tenacia di propositi, le armi, e alternando l'audacia alla prudenza, si riesce a chiudere i Genovesi in Chioggia, con un assedio, reso più efficace da Carlo Zeno, d'animo non minore della perizia, reduce dall'Oriente con diciotto galee. Fierissimo assedio. Cito il mio cronista: “Havevano li cavalli, li cani, le gatte et tutto mangiato, riputandosi beato colui, che potea pigliar un sorzo per mangiarlo.„

Finalmente Chioggia fu riconquistata, e dopo dieci mesi di guerra il vecchio doge ritornò a Venezia, sul dorato Bucintoro. Fu un'apoteosi. Si alzavano grida di gioia, clamori di esultanza, inni di trionfo, laudi di ringraziamento, suoni di festa. Tra la folta di barche e di galee, assiepanti la laguna, erano trascinate diciassette galere, rotte, lacere, sanguinose, avanzo della formidabile armata genovese; 4370 prigioni rendevano più glorioso il trionfo. E il sole scintillava sulle acque, corruscava sulle corazze e sulle armi, tripudiava sulle rosse bandiere dal leone dorato, splendeva sui rasi e sui broccati, sfolgorava sull'oro, mandava bagliori come di gloria.

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Vedete, o signori, come, fra questo popolo, il senso del pittoresco e il gusto del colore, svoltisi gradatamente, imperino oramai su ogni azione: come, dopo i pericoli superati, nelle supreme esultanze della patria, le alte consolazioni si manifestino con le bandiere spiegate al vento, colle vesti sfoggiate, coi rossi broccati, colle sete variopinte, in una parola, colle pompose rappresentazioni, che soddisfacevano gli occhi e la vanità. La nazione è fatta civilmente: non le mancano se non le ultime raffinatezze della civiltà, fra le quali, l'arte d'imitazione. Il popolo è già inconsapevolmente artista: la sua percezione ottica è perfetta: egli sa accordare i colori, conosce per istinto l'effetto dei toni e delle gradazioni, ha il senso della decorazione, sa trovare nelle sagre e nelle regate la disposizione di un quadro, unisce atteggiamenti eleganti agli eleganti costumi. A tanta arte in azione non mancano se non gl'interpreti, i cronisti del pennello, ma è vicino il momento in cui le feste e le processioni si trasformeranno in quadri dipinti.

Da questo tempo, Venezia, orgogliosamente sicura della sua potenza e della sua forza, attirata nel vortice delle ambizioni, prese parte coll'autorevolezza de' suoi instituti e colla fama delle sue armi agli intrighi della politica e delle lotte italiane. Non era passato peranco il tempo degli alti concetti e delle ardite azioni, ma latente, nascosto, sotto apparenze fastose, v'era il germe del prossimo decadimento; la civiltà a poco a poco si facea corruzione e al sentimento della grandezza sottentrava la ostentazione della grandiosità.

E in fatti, i Veneziani aggiungono alle arti utili l'amore di più larghi studi, le compiacenze di un sapere più raffinato e il conoscimento delle arti belle, le quali sono un onesto modo per fiaccare il vigore degli animi. Quella Repubblica, da sì piccolo nido uscita a formare il più gagliardo Stato d'Italia, divenuta ricca di gloria e di quattrini, volle anche il lusso delle arti e tutti i godimenti della vita. Fatta eccezione per l'architettura, essenzialmente pratica, e, fra le arti, la sola congiunta agli ordinamenti civili e politici di un paese, le altre arti chiamate belle rado o mai sorgono nelle età e fra le genti, dove più vigoreggiano le virtù civili e militari. Non vi paia un paradosso, o signori, questa che, bene considerata, è una verità indiscutibile. Il dire che le arti sbocciano al caldo raggio delle virtù civili e del valore guerresco, è ripetere uno di quei luoghi rettorici, così frequenti nei giudizi della critica odierna. Di tai giudizi leggieri, tutti, e primo chi vi parla, o signori, siamo colpevoli. Ma chi ripensi con mente tranquilla si farà convinto che quando finisce la grandezza, incominciano le arti, le quali ornano i riposi dei popoli, accompagnano e confortano la decadenza delle nazioni.

Quando ci seduce il giocondo respiro del popolo allietato dall'arte, l'astro di Venezia impallidisce. Finchè fervea in ogni canto della città l'agitazione della gente affaccendata in negozi, che ci aveano a fare, tra quella vita rumorosamente operosa, le gentilezze della fantasia, le eleganze della cultura? Invece la luce del Bellini e del Carpaccio, di Giorgione e di Tiziano sfavilla quando le ricchezze, che prima servivano alle armi difenditrici del dritto o a provvidi instituti, scemavano a far prosperare le bellezze giocondatrici della vista. Del pari i più bei giorni della libertà milanese furono quelli della maggior decadenza dell'arte, la quale fiorì invece nel secolo XV, quasi conforto della perduta indipendenza.