E pure a voi, cittadini dell'Atene italiana, insieme ai bei tempi dell'antica libertà, appariranno, visioni luminose, i gran nomi dei vostri artisti e dei vostri poeti. Un po' di cronologia, o signori. Firenze difende gagliardamente la propria indipendenza fin dal 1115, nè i tumulti suscitati dall'aristocrazia feudale, introdotta in città, fiaccano la sua energia o la distolgono dall'instituire i suoi ordinamenti, guarentigia di libertà. Il Podestà, succeduto nel 1207, poteva sembrare una concessione fatta ai nobili feudatari, ma nella sua essenza era un magistrato repubblicano. Firenze non cede e non traligna. Continuano le discordie fierissime, ma esse anzichè rimpicciolir l'animo dei popolani, portano alla riforma della constituzione, compiuta sotto il nome di primo popolo. Seguono dieci anni di prodigiosa attività, in cui tutto vive in mirabile rigoglio, forse i dieci anni più gloriosi della storia italiana dell'età di mezzo. La gloria di Venezia durò più a lungo, quella di Firenze fu rapida, ma più intensa e più varia. La battaglia del 1260 che fece l'Arbia colorata in rosso, diè il primo crollo alla fortuna fiorentina. Sempre più fiere discordie, invano per un istante ritardate dalla generosa riforma di Giano della Bella, conducono a Firenze prima Carlo di Valois e poi Nicolò da Prato. Papa e imperatore si mescono nei viluppi della travagliata città. Nel 1313, un re straniero, Roberto di Angiò, la protegge, nel 1342 un signore straniero la opprime. Ben è vero che ai superbi e ai prepotenti, sapeva all'uopo, far abbassare le corna, e dalla cacciata del duca d'Atene alla morte di Ferruccio, la sua storia luminosamente il dimostra. Ma le sue forze si disperdevano, il valore era vano, la luce dell'ingegno tornava inutile a costituire quell'ordine equilibrato di forze, di valore, di ingegno, di virtù da cui sorgono gli Stati destinati a prosperare e a durare.

Ora, o signori, l'arte più meravigliosa d'Italia, splende appunto negli anni, in cui a poco a poco la libertà fiorentina va declinando. Giotto muore nel 1336, Filippo Brunelleschi nel 1346, Andrea Orcagna nel 1368. Lorenzo Ghiberti nasce nell'81, Donatello nell'83. Nicola Pisano, il Fidia italiano, nasce, è vero, nel secolo XIII, ma la meravigliosa opera sua fu fecondata assai più tardi.

Le sventure della patria si riflettono nella Divina Commedia. L'arte nasce dai contrasti, dai dolori, dalle difficoltà, dalle sventure! Se Dante fosse nato vent'anni prima, forse noi non avremmo il poema immortale. Allora, osserva il Carlyle, egli sarebbe stato priore o podestà di Firenze, amato e riverito da' suoi concittadini, ed al mondo sarebbe mancata una delle più grandi parole, che mai sieno state dette. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più e i secoli non avrebbero inteso la Divina Commedia.

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E pure a Venezia, l'arte splendeva anche nei primi tempi della forte giovinezza: anzi per chi bene osserva v'è uno strano contrasto, un profondo dissidio fra l'arte e la vita.

Parrebbe, a guardare i più antichi mosaici della basilica di San Marco, che nessun'arte sia stata nelle origini più della veneziana mistica e simbolica. In Toscana, la patria di chi imaginò il paradiso come un vasto deserto di luce teologica, ove come in fiamma favilla si vede, passano mistiche configurazioni di ruote, di aquile, di croci, di rose, nascono Giotto e Nicola Pisano, che sentono, studiano e ritraggono il vero. Nel gran tempio della Repubblica veneta, l'arte ha invece manifestazioni simili a quelle del paradiso dantesco; le navate sono piene d'oro, d'azzurro, di astri, di fiori. Sembra che il pensiero si lasci assorbire dalla fede, che il sentimento artistico si trasformi in delirio, che tutte le facoltà della mente sieno dirette alla contemplazione di Dio. Il simbolo si unisce alla visione, e quest'arte, agitata da sogni, non sembra l'arte di un popolo, ricco di salute e di energia, lieto di vivere, felice nella famiglia, orgoglioso della sua patria. Gli è, o signori, che negli albori della vita veneziana, l'arte, checchè ne dicano alcuni scrittori, sedotti dall'orgoglio paesano, non fu nazionale, ma importata da Bisanzio. Venezia sulle sponde del Bosforo portava armi e mercanzie, e Bisanzio mandava architetti e maestri di mosaico sulle rive della laguna. Erano bizantini, come quelli di San Marco, i mosaici della cattedrale di Torcello e di San Cipriano di Murano. L'arte bizantina, così malnota e calunniata, non deve essere considerata, come avviene di solito, quale un seguito del decadimento delle arti romane; essa apre, per converso, un'êra nuova, l'arte romana ringiovanita dallo spirito greco, un periodo grandioso nella vita artistica dell'età di mezzo.

Gli artefici bizantini, che ripararono in Italia, specie dopo la persecuzione degli iconoclasti, lasciarono monumenti insigni a Venezia, Ravenna, Parenzo, Grado, Milano e Roma. Fantastica arte, nella quale lo splendore non è scompagnato dalla grazia! Guardatela solo negli ornati. Una vivida fantasia lega e attorciglia, come in una creazione di sogno, fusarole, groppi, rosoni, caulicoli rampanti, croci, pesci, colombi, pavoni.

Quest'arte, trapiantata in Italia e assimilata dal genio nostrale, diede origine a quello stile, denominato appunto italo-bizantino, il primo frutto dell'arte dei magistri comacini.

L'arte bizantina splendette meglio che altrove a Venezia, nel maggior tempio della Repubblica.

Dopo le crociate, l'architettura s'adorna di nuovi incanti e di una graziosa diversità di forme. Venezia accoglie in sè le tradizioni dell'Oriente a quelle dell'Occidente; l'arte archiacuta, in leggiadra maniera, s'unisce allo stile orientale, e sull'arco bizantino della basilica marciana s'imposta l'arco a sesto acuto, colla sua ricca decorazione di sculture e di cesellature.