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Ma non ancora comparisce la personalità dell'artefice.
L'arte è di solito l'espressione di una potenza individuale, ma a Venezia, in questi tempi civilmente, commercialmente e militarmente gloriosi, e nei quali l'individuo sparisce di fronte alla società, l'arte è collettiva. Non un nome, un solo nome d'artista insigne ci arresta.
Chi fu l'autore di San Marco? Chi del Palazzo Ducale?
Il popolo, non il cittadino — l'associazione, non l'individuo.
Il pensiero individuale spariva, imperavano la fede e la patria, due concetti, che tutti gli altri assorbivano.
Così il Palazzo Ducale sorge a significare il concetto del governo, non l'idea di un artefice. L'edifizio sul quale, in pagine di marmo, è scritta la storia repubblicana, esprime l'aperta baldanza di quei guerrieri mercanti. La feudalità sospettosa, il comune ringhioso non lasciano la loro impronta sulla veneta architettura, la quale non inspira nulla di fiero e di severo. Il palazzo della Signoria di Firenze esprime un unico concetto, energico, determinato: si comprende che il disegno meravigliosamente severo scaturì dal cervello di Arnolfo, tutto di un pezzo, senza indecisioni, senza dubbi, senza incertezze. Quei merli doveano servire di schermo e di offesa; quella porta poderosa dovea serrarsi in faccia agli invasori della patria.
La residenza dei dogi si compone invece, contro tutte le regole statiche e architettoniche, di una ampia muraglia, che gravita su leggerissime logge a fori quadrilobati. Vi sorridono le stupende e diverse bizzarrie di molti architetti: l'eleganza maschia e fiera dell'arte del trecento e le meraviglie gentili del quattrocento: capitelli ingegnosamente svariati, modanature eleganti, cornici frastagliate, colonne attorcigliate, volute e viticci, fogliami e festoni, mostri e chimere, tutta una ricchezza di vegetazione marmorea, una decorazione stranamente fantastica.
Così, sul tempio di San Marco ogni generazione depone il suo strato: le arti bizantina, araba, gotica, romana, si fondono in una sublime armonia, come i palpiti dei cuori veneziani si univano nel puro, alto, sublime sentimento della patria. È un'opera sociale, non individuale, e l'architetto è il popolo, il quale ha nella basilica il suo libro e il suo poema. Gli artefici scendeano innominati nella gran calma del sepolcro e si succedevano lasciando le seste e lo scarpello, santa eredità, ad altri artefici, non curando se il loro nome andasse perduto nella gran luce collettiva, emanante dal tempio, ma fieri nel gaudio supremo di aver cooperato all'incremento dell'arca sacra della fede e della patria. Allora l'edifizio appariva come un'opera semplice e maestosa, da cui ogni seduzione artistica era bandita. Ma giunge il giorno, in cui l'arte sorride al primo incolorarsi delle tavole dipinte. E allora, sotto le vaste cupole, nella penombra dorata, fra simboli, animali fantastici, creazioni di sogno, fiammeggiamenti d'apoteosi, a canto ai santi e ai patriarchi lividi e stecchiti dei mosaici bizantini, alle vergini cadaveriche, appaiono dolci profili femminili, qualche bel San Giorgio, Apollo del Cristianesimo, recanti là entro, in quell'aura misteriosa, in quella pace solenne, come un soffio di gaia vita esteriore.
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