Questa sentenza non poteva garbare, nè crescere autorità a Giovanni. I colleghi non gli portavano rispetto, i subalterni non l'ubbidivano. Doveva essere un presuntuoso, e certo la sua indole aveva molta analogia con l'indole di un architetto francese, il Mignot, che conosceremo tra poco nei lavori del Duomo di Milano. Ad ogni modo i protettori del Ghini presentano ai consoli una petizione, la quale comincia con larghe lodi di lui, dichiarandolo di grande necessità al lavorio, e soggiunge come egli sia invidiato et oltraggiato in detti e in fatti da certi maestri e altra gente; e perchè questo non succeda più, i richiedenti domandano che l'oltraggiatore venga tosto punito con una grossa multa, della quale un quarto spetti all'ufficiale, che avrà pronunciato la condanna, un quarto all'opera di Santa Reparata, e due quarti all'Arte della lana.
Frattanto la sorda opposizione al modello dei maestri e dipintori va crescendo via via, sinchè messer Francesco Rinuccini, in nome di molti compagni suoi, proclama a viso aperto che il seguire quel disegnamento sarebbe di grandissimo pericolo, e invoca nuovi consigli di maestri e di cittadini. Il 31 di luglio gli operai chiamano tre frati e un cappellano, i quali, uditi i capomaestri e gli autori del solito modello, giudicano che questo non si possa affatto edificare; senonchè gli autori protestano che il rilievo in grande, eseguito per ordine degli operai, dal Ghini sul predetto disegnamento, non è punto conforme ad esso.
I consoli cominciano a perdere la pazienza. E gli operai tornano a convocare cittadini e religiosi, chiedendo ancora se il modello o disegnamento dei maestri e dipintori, cui già l'arcivescovo aveva apposto la sua firma, potesse venire, con qualche correzione, attuato; e frate Jacopo da San Marco risponde anche per gli altri, proponendo le modificazioni e concludendo che a questo modo l'edificio riescirà possibile e forte. Francesco Talenti e Giovanni Ghini (anche lui!) dichiarano di consentire.
Sia ringraziato il cielo! Si faccia dunque una chiesicciuola di mattoni a similitudine di detto modello, cioè un modello grande, che tutti possano intendere. Ma il Ghini (quant'è noioso!), il quale aveva pur dichiarato di piegarsi, e riceveva appunto in quei giorni dagli operai per le sue benemerenze e per maritar la figliuola il prestito di 100 fiorini d'oro, da restituire in dieci anni, stava facendo anche lui per suo proprio conto la sua brava chiesicciuola di mattoni. Bisognava risolvere una buona volta fra i due grandi modelli, perchè il Ghini era riuscito a tornar nella gara. Il 26 d'ottobre i savi e discreti operai fanno richiedere gran numero di cittadini per avere un giudizio, i quali tutti, niuno scordante, dissono e per consiglio renderono, che la chiesicciuola trovata pe' maestri e dipintori più piaceva a loro che quella trovata per Giovanni di Lapo Ghini, però ch'era più bella e più magnifica e onorevole per la città di Firenze, e che a quello esempio la chiesa si dovesse edificare e fare col nome d'Iddio.
Lo stesso giorno davanti agli operai un secondo gruppo di cittadini ripete la medesima sentenza, con un solo voto contrario di Jacopo degli Alberti, il quale giudicava la chiesicciuola del Ghini meno bella al di fuori ma più bella al di dentro; e ancora il medesimo giorno un terzo gruppo assai numeroso conferma unanime il verdetto degli altri due. Agli operai non basta: vogliono un plebiscito; e i banditori vanno per tutta la città gridando: Che ciascuna persona e ogni maniera di gente venga alla chiesa di Santa Reparata a dire quale dei disegni piace loro più e a similitudine del quale la chiesa si debba edificare.
Allora comincia una interminabile processione di visitatori, nobili, ecclesiastici, artefici, spadai, calderai, staderai, bottai, lanaiuoli, tintori, cimatori, albergatori, vinattieri, pizzicagnoli, fornai, rigattieri, ferravecchi, e che so io; e tutti quanti, senza eccezione, ripetono che la chiesicciuola dei maestri e dipintori piace loro più, e quella si debba edificare, per più bella e più onorevole e magnifica dell'altra. E il 27 continua la processione di centinaia e centinaia di cittadini, tutti concordi nel preferire la stessa chiesicciuola e nel volere che il tempio si alzi a somiglianza di quella.
E basta, alla fine. Ogni disegnamento, sì di mattoni come di legname o di carta, eccetto il prescelto, si disfaccia; anzi se un operaio volesse distogliersi dall'archetipo o lasciasse un capomaestro scostarsene venga condannato alla pena di libre dugento di piccioli, oltre alla perdita dell'ufficio; e se i consiglieri, i maestri, il camarlingo tentassero allontanarsene sieno cassati e paghino 50 libre, responsabili il notaio e gli ufficiali, considerando che all'Arte della lana potrebbe seguitare biasimo e reprensione ogni volta che il lavorio non seguitasse secondo le deliberazioni del Comune.
Altro che i tre concorsi per la facciata! Altro che le controversie o le contraddizioni sulle tre cuspidi, sul finimento monocuspidato, sul coronamento basilicale!
E avete visto, signori, la varietà dei metodi nel consigliare e nel giudicare. Dal plebiscito libero di tutti i cittadini all'arbitramento ristretto, dal voto di soli maestri al voto dei non artefici, dalle mute di esaminatori alle adunanze plenarie, tutto fu tentato per raggiungere ciò che è sempre difficilissimo ad afferrare in questo mondo di passioni, di egoismi e d'idee preconcette, la giustizia, segnatamente poi in una materia tanto delicata e tanto mutabile quale è quella dell'arte.
Pensavo a tutto ciò ieri a sera, appena giunto a Firenze. Non ci venivo da un poco di tempo. Desideravo e temevo di entrare fra le macerie di Mercato Vecchio. Cadeva il sole. Mi parve di assistere all'autopsia di un corpo di persona cara ancor viva; e intanto la luna cominciava a rischiarare dall'una parte i ruderi scuri e sanguinanti, dall'altra i monumenti freschi freschi del secolo decimonono. Curiosa! I vecchi parlavano, si lamentavano, si contorcevano; i nuovi sembravano impassibili, senza vita. Parevano stecchiti, ghiacciati e lustri, come figure di cera. Andavo pensando: certo i Priori non possono sbagliare, e le risoluzioni del comune meritano rispetto. Poi, se uomini, che amano tanto Firenze, hanno fatto così, vuol dire che hanno fatto bene. Eppure se avessero imitato gli avi, chiedendo plebisciti, mandando intorno banditori, esaurendo ogni mezzo, ogni forma anche pedantesca e bizzarra di giudizio, chi lo sa? i maestri e dipintori avrebbero finito per vincere, come vinsero nel 1366.