Insomma, signori, nè col sole nè con la luna, io giuro di non passare più dal luogo ove fu il quartiere di Mercato Vecchio.
Ma è tempo di allontanarci dai lieti colli fiorentini per condurci nel mezzo delle pingui pianure lombarde, ove sorge la guglia del Duomo, che ci deve portare nuovi esempi di giudizii artistici e di lotte.
Senonchè io non posso discorrere del monumento milanese come ho fatto del fiorentino, del quale so che voi tutti, signori, conoscete la storia. Del vostro Duomo si sanno bene tutte le vicende, si conoscono bene ad uno ad uno i nomi degli autori d'ogni sua parte, mentre dell'altro Duomo non si sa quale cervello d'artista n'abbia creato il primo disegno. Non si sa, anzi oggi ne disputano più che mai, se il germe di quel disegno fosse tutto italiano o lombardo, oppure in parte tedesco o francese. Non si è finito di battagliare su questo punto: quale merito nella fondazione spetti al popolo di Milano, quale a Gian Galeazzo Visconti. Non sono ancora tutti d'accordo sul giorno, anzi sul mese, anzi sull'anno in cui la cattedrale fu principiata.
In un mio grosso volume, che pochissimi hanno letto, chiedevo a me stesso: Quali erano le condizioni del popolo e del principe nell'anno in cui la fondazione ebbe luogo? E rispondevo con qualche pagina, in cui non ho rimorso di spigolare. Il principe era già passato dalle generose promesse e dalle misurate concessioni alle nuove imposte ed alle cautele di politica interna; il popolo dalla contenta fiducia passava già alle esigenze e ai sospetti, dimentico delle recenti e assai peggiori signorie di Galeazzo II, morto da otto anni, e di Barnabò, morto da pochi mesi. Gian Galeazzo, Dio volendo, non somigliava al padre ed allo zio. Pare un cinquecentista. Tanto era machiavellico ch'io duro fatica a pensare che non avesse potuto leggere il Principe; sebbene sempre seguisse nella vita il precetto del segretario fiorentino, al quale pareva meglio esser volpe soltanto che leone soltanto; ma la natura della volpe è necessario saperla ben colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore. Succeduto al padre, innanzi di pigliare in trappola quel lupo dello zio, faceva volentieri il santocchio ed il semplicione. Assisteva ogni giorno a due o tre messe. Parlava con reverenza del parente, benchè mostrasse di temerlo assai; e se cresceva il numero degli armigeri non era per altro che per guardarsi dalle insidie di lui: del che Bernabò rideva tenendo il nipote per una specie di babbeo.
Non credo che il conte abbia fatto avvelenare lo zio in una zuppa di fagiuoli, come vorrebbe il Corio, o altrimenti; ma, del resto, a sua scusa c'è questo, che se non l'avesse fatta lui a suo zio, suo zio, presto o tardi, od i suoi cugini l'avrebbero fatta a lui, poichè il proverbio, il quale dice: chi la fa l'aspetta, non so se nella politica sia sempre vero al dì d'oggi, ma certo era falso allora. Potevano piuttosto dire: Chi non la fa l'aspetta.
Gian Galeazzo protegge dotti ed artisti, pianta una specie di accademia di architettura e pittura, soccorre l'Università di Pavia, nel castello di Pavia forma una rara biblioteca e pensa già alla stupenda Certosa. I Fiorentini acuti indovinarono giusto, accusando il conte di aspirare alla corona di Re; ma il dolersi così vivamente come fanno alcuni illustri storici italiani, che Gian Galeazzo non abbia potuto conseguire l'audace intento, il credere che un regno d'Italia si sarebbe cominciato davvero a formare, mi sembra una rispettabile illusione storica. Non è sempre vero che gli uomini passano e le istituzioni restano.
Quel bieco e matto ragazzo, che fu Giovanni Maria Visconti, alla maniera che perdette quasi tutto il dominio, lasciato così grande, dal padre, avrebbe saputo bene perdere tutto il regno, assai più sospettato e pericolante del ducato. Non importa. Forse il regno avrebbe lasciato una traccia, che Francesco Sforza era uomo da ritrovare. E com'è dolce il leggere fino nel 1387 la parola Italia in quella canzone del veronese Vannozzo, scritta per la divisa del conte di Virtù, il nostro Gian Galeazzo, ove il poeta in otto sonetti, ne' quali parlano otto città italiane, spinge il Visconte ad unificare la patria, e, accommiatando le sue rime, annunzia ch'è giunto il Messia.
Com'è dolce il leggere in un codice dell'anno 1408, serbato nella biblioteca Ambrosiana, la canzone d'un poeta ignoto, in morte di Gian Galeazzo:
Cum pianto e pietade
Ciaschun dicea: o somma mayestade