Deh perchè privato ay questo emispero
De quel che col pensiero
Sanar volìa l'italico payese?
Intanto, intorno al 1386, il Comune andava perdendo le sue libertà. Già il Consiglio generale, composto di 900 cittadini, si riduceva a una lustra. C'erano anche allora — confortiamoci — oltre l'imposta fondiaria con i suoi bravi centesimi addizionali, anche l'imposta di ricchezza mobile, quella di esercizio e rivendite, e tutti gli altri carichi diretti e indiretti. Era cresciuta spropositatamente la tassa sul sale; il quale anzi ne pagava due, l'una al principe, l'altra alla città. Il vino ne pagava tre, compreso l'imbottato. Insomma, stiamo meglio noi. E ancora rimanevano tanti danari al popolo per la sua fabbrica del Duomo!
La basilica vetusta di Santa Maria Maggiore, metropolitana iemale (un'altra, santa Tecla, era la metropolitana estiva), non grande, mezzo diroccata, stretta fra chiese, oratorii, torri, caseggiati, non poteva più bastare ai bisogni del culto, alla devozione dei fedeli, alla onesta ambizione dei cittadini ed all'orgoglio del principe. Come i Fiorentini dalla umile Santa Reparata avevano fatto nascere il solenne tempio di Santa Maria del Fiore, così sentirono bisogno di fare i Milanesi, a' quali doveva parere vergognoso che le primarie città del dominio Visconteo, sebbene ancora ristretto, avessero cattedrali più nobili e più grandi della loro principale metropolitana. Sant'Ambrogio, Sant'Eustorgio, le altre severe basiliche, non corrispondevano più al nuovo sfarzo, ai nuovi gusti dell'arte.
Il principe non poteva rimanere indifferente innanzi alla iniziativa popolare: doveva aiutare l'impresa, proteggerla, dirigerla all'occasione, cavarne onore, come un signore assoluto usa in tutti quanti i lavori della propria città capitale, segnatamente in quelli che hanno attinenza con un sentimento, prepotente allora, potente adesso, il sentimento religioso. Il Visconte era troppo astuto per non pigliare la palla al balzo; ma era troppo ambizioso per non tirare a sè tutta la gloria dell'opera quando, come poi nella Certosa di Pavia, fosse stata sua la prima spinta e suo il merito della fondazione del monumento.
Il principio della costruzione sta, ad ogni modo, fra due date, il 12 maggio 1386 quando l'arcivescovo di Milano eccita alle elemosine per il tempio, che avevano idea di riedificare; ed il 12 ottobre dello stesso anno, quando Gian Galeazzo concede e disciplina le questue per l'edificio avviato.
E Gian Galeazzo dava privilegi alla fabbrica, le procurava ogni facilitazione, scriveva a Bonifazio IX per ottenere indulgenze e giubilei in pro di chi aiutasse i lavori, faceva rivedere le cose amministrative, inviava consigli, ordini, rimproveri, regalava, pare, le cave della Gandoglia, dalle quali uscì il marmo per tutto quanto il Duomo, trasmetteva palesi e segrete sovvenzioni in danaro.
Nel frattempo le offerte piovevano all'amministrazione da ogni parte e sotto ogni forma. Le Porte della città, le Arti, dette paratici, le parrocchie, le comunità religiose e il clero mandavano il loro grosso obolo; certe donne poco virtuose, che abitavano intorno a San Zeno in Pasquirolo, consegnavano il loro contributo a prete Ambrogio; nei luoghi più frequentati, al Broletto, all'ingresso degli alberghi, alle porte di tutte le chiese stavano esposte cassette per le oblazioni; intiere eredità erano lasciate alla fabbrica; chi non dava danaro porgeva pietre preziose, ori, argenti, drappi, vesti, che in parte si serbavano, in parte si rivendevano. Nel 1387 l'entusiasmo era tale che con le proprie mani lavorarono agli sterri i nobili e ricchi giovani milanesi, i magistrati, i giureconsulti, il podestà e, dicono, Gian Galeazzo. Nei soli primi cinque anni furono spese per la costruzione 141 mila lire imperiali, pari a quasi tre milioni, delle nostre lire d'oggi, secondo il mio computo molto taccagno, pari a quasi sette milioni, secondo Cesare Cantù, pari a quasi diciassette milioni, secondo il dotto signor Pagani, direttore dell'archivio di San Carpoforo in Milano.
Dicevo che della mole non si conosce l'architetto. Eppure gli archivisti non tralasciarono di rovistare nelle carte polverose, ed i critici di lambiccarsi il cervello, ingrossando anche i piccoli indizii. Lasciamo stare i vecchi scrittori, che attribuivano il disegno del Duomo a Giannantonio Omodeo, gentile architetto e scultore, morto nel 1522, 135 anni dopo fondato l'edificio; oppure ad Enrico di Gmünd, detto il Gamodia che sceso di Germania nel 1391, cinque anni dopo principiata la fabbrica; oppure a Nicola de' Bonaventuri, parigino, il quale capitò a Milano due anni e mezzo dopo i primi lavori. Gli scrittori d'oggi sono più sottili. Trovano un Anechino de Alamania, che nel 1387 riceve sedici soldi per un modellino in piombo del tiburio, della guglia maggiore. Oh non potrebbe Anechino essere lui l'architetto? Trovano che nel 1387 vengono pagati 24 soldi ad un valente ingegnere, Andrea degli Organi da Modena, per due libbre di morsecate. Che cosa era codesto morsecate? Poteva essere il massicotto, il protossido di piombo, il quale poteva servire alla composizione della cera plastica, la quale poteva essere stata impiegata nel fare un modello. Ora, se Andrea degli Organi faceva un modello, l'architetto del duomo era Andrea.