Abbiamo dal 1387 in poi, non solo una quantità di documenti sulla nostra fabbrica, ma i libri minutissimi dell'entrata e dell'uscita. Non un accenno, mai e poi mai, al primitivo architetto. Sappiamo i nomi dei maestri uno ad uno, che hanno atteso alla costruzione cominciando dalle prime settimane. Non una frase, non una parola, che lasci intendere sul serio di aver da fare con il creatore del tempio. Ci restano i verbali di vivacissime dispute sul concetto, oltre che sulla esecuzione dell'edificio. A chi loda non isfugge mai il nome da noi cercato, e non isfugge a chi biasima. Pare che l'ammirazione e il disprezzo in una sola cosa si accordino, nel tenerci nascosto quel che vorremmo sapere.

Ho pensato molte volte, o signore, che il diavolo ci avesse messo la coda: e rammentavo la leggenda tedesca, quella del Duomo di Colonia, il quale volere o non volere, ha con il nostro Duomo di Milano una qualche rassomiglianza.

Nei primi 29 mesi della fabbrica non troviamo altro che ingegneri italiani, la maggior parte di Campione, un bel paesetto sul bel lago di Lugano, ora svizzero, ma allora sottoposto alla diocesi milanese: Simone da Orsenigo, Marco Frisone, Giovanni di Fernach, detto anche Anni od Anne, sicchè qualcuno vuole che sia quel Anechino de Alamania, di cui abbiamo toccato, Giacomo, Zeno, campionesi, e via via.

Il primo architetto straniero, Nicola de' Bonaventuri, scende da Parigi a Milano il 7 maggio 1389. Lo eleggono ingegnere generale; gli danno, oltre il salario, casa, vino e legna. Provvedono la sua cucina di una caldaia pesante otto libbre e mezza, una padella di rame, una conca, quattro taglieri grandi e quattro piccoli, otto scodelle ed otto piatti di legno, quattro scodelle e quattro tondi di terra, sei cucchiai, tre mestole, due paia di treppiedi, una pepaiuola, una graticola di ferro, un boccale di vetro ed una tazza, una tovaglia, due tovaglioli ed un asciugamano. Principiare dalla pancia va bene, ma bisogna anche dormire. Si compera della paglia per il letto del maestro. Non se ne contenta: vuole un bel letto grande, assai comodamente fornito. Con 47 braccia di tela di lino gli fanno due lenzuola; per la coperta spendono in ragione di 128 lire delle nostre. Ottiene anche il suo bravo piumino. Si fa anticipare quattrini: evidentemente era un parigino sventato. Dà, fra gli altri disegni, quello dei magnifici finestroni dell'abside; ma dura poco. Il 31 luglio del 1390 il Consiglio della fabbrica delibera di mandarlo via, ed egli, che non doveva avere la coscienza netta, lo stesso giorno parte furtivamente: e buon viaggio.

Poco appresso, Giovanni di Firimburg, nuovo ingegnere, si sfoga nel censurare i lavori; ma le parole volano, e i deputati, che non soffrono equivoci, invitano il maestro a porre in iscritto i suoi dubbi e i suoi biasimi, affinchè si possa, occorrendo, provvedere. La relazione dovette essere o molto sconveniente o molto bestiale, perchè senz'altro si decreta che gli venga tolto il salario ed il titolo. E così Giovanni di Firimburg ripassò le Alpi.

Senonchè, gl'ingegneri italiani non bastavano più. Era stata seminata la zizzania. E poi la costruzione si avvicinava a quelle parti, che più apparivano lontane dalle consuetudini e dai criterii della nostra arte locale: i piloni si alzavano aspettando le volte ogivali, i contrafforti si alzavano aspettando i pinnacoli. Gli archi rampanti, i gugliotti, il tiburio o guglia centrale, la inclinazione dei tetti, dovevano presentarsi ai maestri, ai deputati, allo stesso arcivescovo, il quale aveva tanta ingerenza e tanta responsabilità nell'andamento dei lavori, allo stesso intelligente principe, quali tanti quesiti, che, risoluti nell'un modo o nell'altro, potevano decidere, non solo della bellezza, ma della stessa esistenza del Duomo.

Mandano un maestro teutonico a Colonia a pigliare unum maximum inzignerium; spediscono lettere ad Ulrico di Ensingen da Ulma. Intanto si contentano di sentire Gabriele Stornaloco, esperto geometra, Bernardo da Venezia, intagliatore del principe. Finalmente il 27 novembre del 1391 giunge Enrico Arler da Gmünd nella Svevia, detto a Milano il Gamodia.

Capita pieno di spirito ogivale, con le cattedrali di Praga, di Colonia e tutte le altre nel cuore e nella mente. Biasima, propone riforme, ed il primo maggio del 1392 ottiene che si discutano undici punti essenziali per l'organismo della costruzione; ma le faccende sue vanno male. Il Consiglio lo manda pro factis suis; e il povero uomo che, avendo bisogno dell'interprete, era servito in ciò dal suo connazionale, oste all'albergo della Spada, borbottando nel suo tedesco, partì. Due anni dopo cala da Ulma Ulrico di Ensingen, dianzi nominato, bisognoso anche lui dell'interprete, e mandato egli pure assai presto pro factis suis.

Segue un intervallo di maestri italiani, fra i quali brilla il nome di Giovannino de' Grassi, pittore, architetto, scultore, miniatore; confuso malamente con quel Giovanni da Milano, del quale parla il Vasari nella vita di Taddeo Gaddi. Ma i contrasti fra italiani e stranieri dovevano diventare acerbissimi dal 1399 al 1401 con la presenza di Giovanni Mignot francese, anzi, come il Bonaventuri, parigino. Principia, al solito, col censurare ogni cosa. Ripete a ogni tratto, intorno a questa o quella parte della fabbrica: magnus defectus.... nihil valent.... quod est male factum.... quod est peximum opus, ed altre simili garbatezze.

L'arte italiana e l'arte straniera cozzano insieme fieramente. Di qua questa affermazione: La scienza è una cosa e l'arte è un'altra. Di là questa sentenza: L'arte senza la scienza non val nulla. Ecco le formule trovate dal parigino di cinque secoli addietro per indicare le diverse nature delle due arti; nè sarebbe, io credo, possibile dare una definizione più rapida, più viva, più profonda della differenza del genio artistico italiano dal genio artistico oltramontano nel medio evo. I due genii si composero di mala voglia, ma intimamente, in codesto fenomeno architettonico, che è il Duomo di Milano. La sostanza come l'apparenza di esso non appartengono nè all'Italia, nè alla Francia, nè alla Germania. Sono italiane, per esempio, le fronti archiacute delle cattedrali di Siena e di Orvieto; ma il Duomo di Milano non ha patria. Nato e cresciuto nei contrasti e nelle lotte, risultò pieno di originalità e di forza: esempio insigne di quanto giovi l'incrociamento delle razze anche nel mondo dell'arte e dello spirito.