Al Machiavelli che in un capitolo dei Discorsi sulle Deche di Tito Livio aveva vagheggiato l'idea d'una grande Repubblica italiana, il Guicciardini obbiettava, nelle sue Considerazioni, che ciò sarebbe stato a vantaggio d'una sola città e a rovina delle altre, dappoichè repubblica non concede il benefizio della sua libertà “a altri che a' suoi cittadini propri„, mentre la monarchia “è più comune a tutti„. Tal contrasto, sagacemente notato dallo statista fiorentino, si trova espresso, con singolare vivezza di passione, nell'ultimo scorcio del secolo decimoterzo da un rimatore politico, il Saviozzo da Siena, in una canzone da lui composta a laude di Giovan Galeazzo, duca di Milano, la quale incomincia:

Novella monarchia, giusto signore,

Clemente padre, insigne, virtuoso,

Per cui pace e riposo

Spera trovar la dolce vedovella....

Niuno oserebbe affermare che il desiderato sovrano meritasse tutti quegli epiteti; ma è certo che il poeta senese esaltava principalmente in lui l'avversario degli odiati Fiorentini. E poichè i Fiorentini stessi avevano sempre in bocca la parola libertà, e aggregando nuove città al loro dominio non si vantavan già (come faceva Antonio Pucci, cantor popolare e trombetta del Comune) di averle recate al loro mulino, ma affermavano di averle ridotte in libertà, il Saviozzo invocava la giustizia e la vendetta di Dio contro quel

detestabil seme

Nimico di quïete e caritade

Che dicon libertade

E con più tirannia ha guasto il mondo.