Finalmente allo spirare del millenio, sopra questo campo insanguinato, in questo rimescolarsi confuso di vincitori e di vinti, cominciano a disegnarsi le prime forme civili, e si mostra l'embrione d'una società nuova. È naturale che dalle genti germaniche le quali avevano disfatto l'Impero romano, venisse il concetto dei nuovi organismi sociali; poichè la forza era nei vincitori, e chi vince colla spada nel campo dei fatti seguita a vincere nel campo delle idee. Senza fermarci a discutere quali elementi di vita propria portassero nel mezzogiorno dell'Europa le razze germaniche conquistatrici, a noi basterà notare come al finire dell'XI secolo, anche in Italia, la nuova società si fosse costituita a forma feudale, la quale era quella che meglio rispondeva ai sentimenti e al costume di quelle genti. Debolissima e quasi obliterata l'idea dello Stato unitario, della suprema potestas, come i Romani l'avevano intesa, i feudi la rappresentavano frantumata nelle famiglie. Non più la respublica divisa in provincie, in municipii, in colonie, ma un impero nominale diviso in marche, ducati e contee.

È inutile per noi la ricerca se il feudo venisse dal beneficio latino, se il colonato si mutasse in vassallaggio. Quello che importa di stabilire è chi fossero i marchesi, i duchi, i conti; chi fossero i vassalli, di chi si componesse il popolo libero.

Le irruzioni dei barbari in Italia avevano proceduto con forme diverse, producendo molta varietà di effetti. Alcune erano di eserciti che si aprivano la via con la spada; altre di popoli che scendevano ad occupare le terre abbandonate o non difese. Le prime eran passate come uragani distruggitori, le altre con occupazioni violente, avevano sovrapposto un popolo sull'altro. Gli Eruli e i Vandali, dopo aver corsa l'Italia, si erano dispersi nell'Africa; i Goti, dopo un regno effimero semi-romano, erano passati in Spagna; i Longobardi avevano preso stanza nella Valle del Po, da questa erano entrati, passando l'Apennino, nella Valle del Tevere; e coi ducati di Spoleto, di Benevento e di Salerno, avevano invaso anche l'Italia meridionale. Il regno da essi fondato durò due secoli. Distrutto da Carlo Magno, rimasero i vinti nelle loro sedi accomunati ai vincitori, coi quali avevano comune il sangue; e pesarono ambedue sulla misera plebe del popolo di razza latina. In Italia dunque, verso il mille, c'era un popolo vinto che serviva, e un'accozzaglia di vincitori che dominava. I vincitori, seguendo l'antico costume germanico che aborriva dal chiudersi nelle città murate, si erano sparsi per le campagne, e nei contadi avevano ascritto alla gleba i coltivatori delle terre, appropriandosene i frutti. Nella città era rimasto il popolo che esercitava le arti e i mestieri, ingrossato da quanti vi avevano cercato rifugio nelle prime invasioni.

Questa divisione etnografica prendeva forme civili dall'organismo feudale prevalente; ed ogni signore teneva il feudo come un piccolo Stato, sicuro nel munito castello, intorno al quale formicolavano le turbe dei vassalli. Le città uscirono da questa rete di piccole signorie, sebbene fino a un certo tempo anch'esse avessero i conti; ma forse più come magistrati che come signori.

I signori dei grossi feudi erano di stirpe longobarda o franca, e i loro titoli di signoria risalivano alle prime conquiste; poi seguivano quelli che erano venuti cogli imperatori e singolarmente cogli Ottoni, ed erano rimasti in Italia gratificati di feudi per afforzare il partito imperiale. C'erano poi signori feudali di razza latina, ed eran quelli tra i più ricchi che avevano ottenuto, per premio di devozione o per moneta, concessioni feudali dagli imperatori di Alemagna nelle loro frequenti discese in Italia; e c'erano finalmente i Vescovi e gli Abati, baroni e conti dell'Impero, pei quali era sorta la gran quistione delle investiture ai tempi di Gregorio VII. Inferiori a questi pullulavano una miriade di conti, di cattani, di militi, e di lambardi i quali o si erano arrogati la signoria di piccoli borghi o casali ai tempi della conquista, o avevano ottenuto subinfeudazioni di terre dai maggiori feudatari.

E tutti questi o per diritto di conquista o per leggi e consuetudini del diritto feudale, esercitavano giurisdizioni mal definite, o meglio un potere arbitrario che non aveva limiti, e contro il quale non c'era riparo possibile; perchè l'Imperatore che soprastava a questo esercito di prepotenti, era lontano e senza forza; i suoi Vicari tiranneggiavano per conto proprio; e il Papa, difensore naturale dei deboli e degli oppressi, doveva difendere sè stesso.

Sotto queste diverse categorie di soprastanti che comandavano, stava nei contadi la plebe dei vassalli, forse avanzo degli antichi coloni latini, e di piccoli proprietari spossessati dalla violenza delle conquiste. I miseri legati alla gleba che bagnavano del loro sudore, si compravano col fondo come il bestiame e gli altri strumenti di produzione. Ed ove i feudi avevano lasciato qualche tratto di terre franche, c'erano proprietari liberi che coltivavano il fondo con le proprie braccia, o lo facevano coltivare da lavoratori non ascritti alla gleba. La libertà e la proprietà erano sicuramente grandi benefizii per questa classe media posta tra i signori di feudi e i vassalli; ma libertà e proprietà non difese da poteri pubblici erano di poco valore, e non li francavano dalle angherie dei feudatari, che li taglieggiavano nelle vie, ai passi dei fiumi, ai mulini; o turbavano i confini dei campi con frequenti usurpazioni. Queste violenze ci sono insegnate dagli statuti dei Comuni, che più tardi ne ordinarono la repressione. Risparmio le citazioni per diminuire la noia di chi mi ascolta. Voglio però notare come il linguaggio del tempo facesse palese l'indole tutta feudale che aveva assunto la società; contado (comitatus) era la signoria del conte; contadini (comitatini) gli abitanti delle terre del contado. La parola vassallo, per quanto sappia, è rimasta viva soltanto nel dialetto romanesco, nel senso di uomo vile e spregevole; perchè a Roma, l'antica baronia durò potente più che altrove, mentre in Toscana feudi e vassalli sparirono troppo presto per lasciar traccia nella lingua.

Mi resta ora a parlare delle città che erano rimaste immuni dal regime feudale. Nelle città desolate dalle prime invasioni, e ridotte senza mura, perchè non potessero essere centri di difesa, erano rimasti gli avanzi del popolo latino, il quale viveva esercitando i mestieri ed il commercio, da cui aborrivano gli invasori, e serbando le tradizioni d'una civiltà la quale, se non era bastata a liberarli dalla barbarie irruente del settentrione, almeno li consolava nella presente miseria con la memoria dell'antica grandezza. Che gli artieri e i mercanti della città conservassero le tradizioni latine e l'orgoglio del loro sangue, e che poca presa vi facessero le leggi e le costumanze barbariche, almeno per ciò che riguarda la Toscana, mi pare indubitato. Qui meno che altrove i conquistatori presero stanza; qui prima che altrove rifiorirono le industrie e i commerci; e finalmente qui ebbe vita la lingua volgare che più si avvicinava al latino. Se a questo si aggiunge l'azione del Clero, il quale di continuo, e colla lingua rituale e con la poca coltura che possedeva, richiamava le menti al passato, e le professioni della legge personale ammesse nella legislazione carolingia, si avrà una serie di argomenti per dimostrare che gli spiriti latini continuarono negli animi del popolo della città, anche nei tempi più tenebrosi della barbarie.

Questo popolo cittadino, come abbiamo già notato, si componeva di proprietari liberi di beni nel contado, di mercanti e di artieri. Il clero ed i notari ne formavano, a così dire, la parte colta, sebbene la loro coltura andasse poco più in là del leggere e dello scrivere. Ciò che mancava a questa gente operosa, che nelle città smantellate non si teneva sicura, e nel contado andava soggetta alle vessazioni dei signori feudali, era principalmente la tutela degli interessi; e come questa tutela non la trovavano nell'Imperatore lontano ed impotente, nè tampoco nei suoi Vicari, intesi sopratutto a mantener vive le ragioni imperiali in Italia, senza alcun riguardo alla soddisfazione dei popoli, furono condotti a cercarla in sè stessi.

La stessa fiacchezza del potere imperiale, che dopo gli Ottoni, impigliato nelle guerre interne e nella gran lotta coi papi, esercitava ben poca azione sulle città italiane, prestò occasione agli uomini delle città prima di chiedere privilegi, come di rialzare le mura diroccate, poi di batter moneta, e inoltre di vendicarsi in libertà, e di costituirsi a Comune, cioè con un reggimento proprio che provvedesse ai comuni interessi. Questo felice rivolgimento che segna il principio di una grande epoca nella storia italiana, accadde sulla metà del secolo XI; e fu il risvegliarsi dell'idea del municipio latino, forse non del tutto spenta anche sotto le dominazioni barbariche, come si vede dal primo magistrato creato dai Comuni liberi, che furono i consoli, nome che non veniva sicuramente dalle foreste germaniche.